
Cos’è il CEESP? leggiamo dalla loro pagina web – Il Centro di Studi Popolari (CEESP) è uno spazio di ricerca e produzione di conoscenza critica con sede a Cochabamba e La Paz. Ci occupiamo di comprendere e potenziare diversi processi organizzativi che mettono al centro la cura e la riproduzione della vita. A partire da questo presupposto, dedichiamo un’ampia attenzione a molteplici dimensioni della realtà boliviana e latinoamericana.
Riportiamo tradotto il loro appello del 9 giugno che riguarda la situazione in Bolivia a seguito dei blocchi avvenuti e che in parte, in maniera spontanea, continuano dopo l’insediamento del presidente Paz avvenuta ad ottobre del 2025.
La Bolivia attraversa un momento doloroso e molto complesso. Ciò che c’è in gioco non è solo l’esito di un conflitto congiunturale, bensì una domanda che nessun governo può più eludere. Chi paga i costi della crisi economica, sociale e politica nella quale il Paese versa da anni, e chi sceglie di proteggere lo Stato mentre questi costi vengono ripartiti?
Il paese viene da sei settimane di conflitto. Ci sono quasi un centinaio di blocchi attivi, carenza di rifornimenti crescente in varie città, almeno nove persone morte, decine di feriti e centinaia di detenuti. L’angoscia e lo sfinimento si aggiungono ad una crisi che non è iniziata con i blocchi ma molto prima, e che questi ultimi hanno reso impossibile continuare a ignorare. Come avvertivamo in Santa Cruz S.A. El mito empresarial y la realidad depredadora (2025), già durante la campagna elettorale si era affermata una falsa convinzione secondo la quale l’unica via d’uscita dalla crisi passava da concessioni al capitale estrattivo – in primis l’agro cruceño -, una terapia d’urto che converta la paura del collasso in accettazione di misure regressive. Un anno dopo, questo scenario si è confermato e vari settori sociali si sono mobilitati per fargli fronte.
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Davanti a questo scenario, segnaliamo quattro problemi di fondo.
Primo. Il trasferimento dei costi della crisi sui settori popolari
A ottobre 2025, la coppia Paz-Lara vinse le elezioni presentandosi come un’opzione moderata davanti alle alternative di Quiroga e Velasco. Promise di mantenere il sussidio al combustibile per il trasporto pubblico, di non ricorrere al FMI – neanche con misure palliative – e di introdurre o consolidare bonus, l’ampliamento delle pensioni e un salario universale per le donne. Questa prudenza, tuttavia, era più elettorale che programmatica. Non esprimeva un progetto di paese quanto un insieme di promesse disparate, progettate per racimolare voti senza esplicitare l’orientamento economico che il governo avrebbe adottato. A giugno del 2026, ognuna di queste promesse è rimasta incompiuta. Il sussidio al trasporto pubblico è stato eliminato. Il governo negozia con l’FMI un mega prestito di salvataggio di 5000 milioni di dollari statunitensi che ha negato pubblicamente per mesi. Le misure palliative adottate hanno una portata molto più ristretta di quanto annunciato. Quello che tali inadempienze rivelano non è improvvisazione, bensì l’orientamento deliberato di un piano economico funzionale ai settori imprenditoriali, finanziari, agroindustriali ed estrattivisti; i cui costi ricadono su coloro i quali hanno votato questo governo sperando in una politica economica meno regressiva.
In altre parole, quello che si confronta nelle strade è chi paga la crisi, chi è supportato dallo Stato e chi fa i conti con le conseguenze del modello che ci ha portato fin qui.
Secondo. La stigmatizzazione sociale e l’ondata reazionaria
Di fronte alla crisi, il governo ha optato per il logoramento prima che per il dialogo. Finge di negoziare con organizzazioni parallele affini mentre blinda i reali spazi di interlocuzione con i settori in mobilitazione. Questa strategia ha un effetto prevedibile: man mano che il conflitto si prolunga, il malessere sociale smette di rivolgersi verso chi lo causa e si rivolta contro chi effettua i blocchi.
Questo scostamento non solo indebolisce la legittimità pubblica delle proteste senza affrontare le questioni di fondo, ma genera processi di stigmatizzazione, razzismo e disprezzo di classe che frammentano settori popolari colpiti dalla stessa crisi. Lo stesso governo alimenta questa dinamica quando riduce il malcontento a categorie denigratorie – “masista”, “narcoterrorista” -, e così aggrava divisioni sociali che esistono da tempo, che non sono state risolte negli ultimi decenni e che oggi sono aggravate da narrazioni di odio ammantate da retorica “ultra patriottica”.
Rifiutiamo categoricamente le espressioni razziste, classiste e regionaliste che si sono inasprite durante questo conflitto e che tornano a esporre, dolorosamente, le fratture e le ingiustizie profonde della società boliviana.
È importate considerare che, inoltre, questi processi di delegittimazione non avvengono nel nulla. Si inscrivono in un’ondata reazionaria regionale. L’appoggio manifesto del governo di Trump a Rodrigo Paz, l’ascesa di candidati con discorsi violenti nei paesi vicini e la ripresa della “guerra contro le droghe” – attraverso l’Escudo de las Américas – stanno legittimando una nuova generazione di governi autoritari, alleati del settore militare e senza né capacità né volontà di dialogo. Tentare di riprodurre questo modello in Bolivia sarebbe un errore storico destinato ad aumentare le tensioni sociali esistenti.
Terzo. La disinformazione e la produzione di confusione
In questo contesto di polarizzazione, il ruolo dei mezzi di comunicazione e delle piattaforme digitali risulta particolarmente preoccupante. La diffusione intenzionale di notizie parziali, l’invisibilizzazione selettiva di informazioni rilevanti e la strumentalizzazione della paura non sono pratiche innocue. Aumentano la sfiducia, alimentano pregiudizi e contribuiscono a disumanizzare chi la pensa differentemente. Questo approccio informativo tende inoltre a invisibilizzare la diversità degli attori mobilitati e complica la comprensione delle cause strutturali del malcontento, minando le basi del dialogo e della convivenza.
Di fronte a tutto questo, mezzi di comunicazione, giornalisti, piattaforme digitali e attori con risonanza pubblica hanno la responsabilità di informare con rigore, pluralità e senso democratico, evitando di trasformare il conflitto sociale in spettacolo, minaccia o caricatura. Alla società, dall’altro lato, spetta esercitare attivamente il suo diritto all’informazione critica: contestare le fonti, verificare i fatti prima di condividerli e supportare una lettura umana degli eventi, per quanto possa risultare difficile mentre il conflitto aumenta. Solo una società informata, che riconosca la complessità del momento, potrà ricucire gli strappi che oggi la dividono.
Quarto. Gli effetti umanitari del conflitto
Le conseguenze materiali di sei settimane di blocchi ricadono, in primo luogo, sui settori più precarizzati della società boliviana. La mancanza di alimenti, combustibile, medicine e ossigeno medico colpisce prima di tutto chi dipende dal salario giornaliero e non può fare scorte, i piccoli commerciati, i lavoratori informali, le donne che si prendono cura dei familiari e, in particolare, chi necessita di cure mediche urgenti.
Tra le persone decedute durante il conflitto, diverse sono morte per la repressione statale; altre, perché non hanno potuto accedere per tempo alle cure. In entrambi i casi, sono le stesse famiglie – quelle che vivono ai margini, che non possono pagarsi alternative – quelle che vivono le conseguenze più drammatiche sulla propria pelle. Il conflitto colpisce indistintamente tanto chi sostiene le mobilitazioni tanto chi non è mai sceso in piazza. Nessun attore politico può ignorare questa situazione.
D’altro canto, le azioni legittime di protesta e resistenza non possono, in nessuna circostanza, servire da pretesto o scusa per atti di violenza e molestie sessuali contro le persone che transitano nelle zone di conflitto. Questo non è negoziabile e deve essere condannato senza ambiguità da ambo le parti.
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In base a quanto detto precedentemente, le mobilitazioni attuali – con le loro contraddizioni, tensioni e rischi di strumentalizzazione – esprimono qualcosa che non deve essere sottovalutato: permane una capacità di pressione dal basso contro politiche statali ingiuste. Questa capacità è preziosa, soprattutto dopo due decenni di indebolimento, cooptazione e frammentazione delle organizzazioni sociali.
Riconosciamo anche i rischi. Ci sono attori che tentano di strumentalizzare questo malessere legittimo per fini personali. Evo Morales tenta di farlo nel suo cammino di ripresa del potere; le cooperative minerarie per strappare più privilegi dallo Stato; e la destra imprenditoriale per imporre misure drastiche ancora più brutali e continuare a consolidare il proprio capitale. Nominare questi rischi non debilita le mobilitazioni né tanto meno le delegittima; protegge quello che hanno di prezioso.
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In base a tale lettura, lanciamo i seguenti appelli:
Al governo di Rodrigo Paz e Edman Lara
Esigiamo che apriate gli spazi reali di dialogo con i settori in mobilitazione e riconosciate i limiti che le strade (NdR – le mobilitazioni) già hanno imposto. Esigiamo che desistiate da qualsiasi soluzione repressiva. Dichiarare uno stato di eccezione militarizzato non risolverà la crisi; acuirà le fratture e consoliderà l’immagine di un governo che ascolta solo sotto pressione e che governa solo per i settori nei quali storicamente si concentra la ricchezza del paese.
Esigiamo, inoltre, che abbandoniate il discorso di odio, la promozione dello scontro tra civili e la criminalizzazione della protesta. Avete vinto le elezioni, ma la vostra legittimità si posa su un mandato fatto di promesse che ad oggi restano incompiute.
Ai dirigenti delle organizzazioni mobilitate.
Vi invitiamo a valorizzare quanto conseguito in queste settimane, che è sostanziale: tra le altre cose l’abrogazione della Ley 1720, la limitazione del pacchetto previsto dal DS 5503. Questi risultati riconfigurano i termini del conflitto e devono essere tenuti in considerazione. I dirigenti boliviani hanno esperienza comprovata nel leggere i momenti nei quali la forza dispiegata esige una riorganizzazione strategica, per non restare intrappolata nei tempi dell’avversario né nei calcoli di chi cerca di capitalizzare la forza popolare per fini esterni. Sappiamo che le organizzazioni si muovono oggi in condizioni che non hanno scelto, tra anni di indebolimento istituzionale, cooptazione e frammentazione. I processi interni che ogni organizzazione e la sua base porteranno avanti per affrontare tali condizioni sono una loro prerogativa esclusiva. In nessun modo possono essere strumentalizzate per criminalizzare attori della società civile, per denigrare il ruolo che tali organizzazioni hanno assunto in difesa delle proprie rivendicazioni, né per spogliarle della propria condizione di interlocutori politici.
Ai mezzi di comunicazione.
Vi chiediamo una maggiore responsabilità nelle vostre pratiche informative. Verificare le informazioni prima di diffonderle. Distinguere con chiarezza tra notizie e opinione editoriale. Assumere che la forma in cui si parla di questo conflitto ha conseguenze dirette. La stigmatizzazione dei settori indigeni e impoveriti, l’aggravarsi del razzismo e la polarizzazione sociale sono anche frutto di decisioni editoriali. Informare non è solo trasmetterei fatti, è decidere quali si mostrano, quali si omettono e da che prospettiva si narrano. Tale responsabilità, in un momento come questo, non può essere elusa.
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Quello che è in gioco in Bolivia oggi non si esaurisce nell’esito di questo conflitto. Riguarda la capacità di una società di impedire che i costi della crisi si distribuiscano nel modo più ingiusto possibile, di sostenere – nonostante tutto – spazi di organizzazione e presa di parola, e di difendere la vita come principio irrinunciabile. La presenza militare non è un’opzione e non può normalizzarsi come parte della quotidianità boliviana. Imparando dalla nostra storia, sappiamo che una società governata dalle forze armate non è una società in pace. Ciò che è urgente oggi è salvaguardare quello che è stato ottenuto, evitare la perdita di ulteriori vite umane, e, infine, evitare che i costi più alti di questa crisi continuino a ricadere solo su chi già sta pagando troppo.