Cartografia di 50 giorni di blocchi

14 Settembre 2026

di Alejandra Almaraz e Brenda Villalba

Pubblicato il 22 luglio 2026 con il titolo «Il panorama politico della Bolivia, sconvolto da proteste storiche» per la testata internazionale Truthdig; accessibile sul sito della rivista indipendente Casa de Nadie: https://revistacasadenadie.com/cartografia-de-50-dias-de-bloqueo/

Le manifestazioni contro il governo di Rodrigo Paz hanno raggiunto il centro della città di La Paz nel tentativo di accedere alla piazza Murillo, centro politico del Paese, per chiedere le sue dimissioni. (Foto: Mauricio Aguilar)

Una fotografia del presidente Rodrigo Paz che dà la mano al segretario esecutivo della Central Obrera Boliviana (COB) nella Casa Grande del Pueblo a La Paz circola su tutta la rete per dichiarare la fine dei 50 giorni di proteste e blocchi a livello nazionale che esigevano le dimissioni del presidente dopo sei mesi dall’inizio del suo incarico. L’immagine inizia a circolare venerdì 19 giugno, nel tardo pomeriggio e poche ore dopo, all’alba, il presidente dichiara lo Stato di Eccezione nel paese per 90 giorni. Senza coprifuoco, senza restrizioni alla libera circolazione, questo stato di emergenza mirava a dispiegare strategicamente le forze armate nei punti di blocco del Paese. Qui nella città di Cochabamba, la seconda con più blocchi, le forze armate controllano ponti e vie principali di accesso alla città e realizzano pattugliamenti preventivi, ricevendo sia approvazione che condanna da parte della popolazione.

Tra proteste e repressione, i movimenti sociali si sono riconfigurati, mentre il nuovo governo di destra affronta una crisi di consenso, che lascia il panorama politico in una situazione di incertezza.

A questo si aggiunge il fatto che la Bolivia affronta la peggiore crisi economica degli ultimi 40 anni. Il 29 giugno, il governo ha eliminato il cambio fisso con il dollaro statunitense, in vigore da 15 anni, con l’intento di attrarre valuta estera per alleviare la crisi.

Il presidente boliviano Guillermo Paz (a sinistra) stringe la mano a Mario Argollo, leader della  Central Obrera Boliviana (COB), a La Paz, in Bolivia, mercoledì 17 giugno 2026, dopo settimane di proteste e blocchi stradali in tutto il Paese. (Foto AP/Juan Karita)

Le prime politiche del governo Paz e i 28 giorni di marcia

Rodrigo Paz, considerato da media internazionali come BBC e Reuters di “destra moderata”, ha vinto le elezioni in Bolivia a ottobre 2025 con il 54% dei voti contro il suo rivale al secondo turno, Jorge “Tuto” Quiroga, ex presidente del paese dal 2001 al 2002, etichettato come di “estrema destra” e neoliberale.

Paz ha ottenuto la presidenza in un momento in cui la sinistra in Bolivia si trovava frammentata, dopo quasi vent’anni di governo del partito Movimiento Al Socialismo (MAS), così come in un contesto internazionale in cui governi di destra vengono eletti in tutta la regione. Ha vinto con lo slogan “capitalismo per tutti” e con la promessa di far uscire la Bolivia dalla crisi economica, tra inflazione del 20,40%, e scarsità di combustibile e di valuta estera.

Una sorpresa per molti analisti, tra le possibili spiegazioni per la sua vittoria c’è l’influenza del suo compagno di lista, l’ex poliziotto Edman Lara, che aveva acquisito visibilità negli anni precedenti per aver denunciato atti di corruzione istituzionale attraverso i social media, così come l’impossibilità per i settori popolari di votare per candidati che avevano contribuito alle politiche neoliberali degli anni 2000 in Bolivia.

“Quando è arrivato il signor Paz, che attualmente è al governo, ha vinto con un altro genere di promesse, no? Che avrebbe governato per tutti i settori, che non si sarebbe dimenticato del settore più impoverito, che al settore contadino sarebbero stati assegnati tutti i progetti”, commenta Esther Chura, dirigente della Confederación Sindical Única de Trabajadores Campesinos de Bolivia (CSUTCB) a Truthdig.

“Era l’unica opzione, perché il voto dei contadini tantomeno poteva andare ad altri partiti che già conoscevamo come partiti che erano sempre stati dalla parte delle grandi imprese, dei grandi imprenditori”, continua.

Tuttavia, le misure che Rodrigo Paz e il suo gabinetto hanno iniziato a portare avanti si sono allontanate sempre più dalle aspettative della componente popolare. A un mese di governo, una delle sue prime misure è stata l’eliminazione dei sussidi ai combustibili attraverso il Decreto Supremo 5503, accompagnato da un incremento del salario minimo e un aumento dei sussidi specifici destinati alle fasce vulnerabili della popolazione.

L’eliminazione del sussidio, nonostante abbia provocato il raddoppio dei prezzi della benzina, era una misura già anticipata in periodo elettorale. Tuttavia, nello stesso periodo, Paz abroga quattro imposte chiave (inclusa l’imposta sui grandi patrimoni), cosa che desta le prime critiche delle fasce popolari, che lo accusano di un’inclinazione per il settore imprenditoriale tradizionale e della pretesa di governare per decreto.

All’inizio del 2026, la COB, la principale confederazione di sindacati dei lavoratori del paese, e settori affini iniziano con le prime proteste contro le politiche di Paz e, nello specifico, contro il DS 5503, che sarà abrogato il 13 gennaio. Ciononostante, questo sarà solo l’inizio di una serie di protese.

Mentre iniziano queste proteste, nell’Assemblea Legislativa Plurinazionale si discuteva di un progetto presentato dal senatore Branko Marinkovic: il PL 157, poi conosciuto come Ley 1720, “che autorizza la conversione volontaria della piccola proprietà agraria a media o imprenditoriale”.

Marinkovic, oltre ad essere il primo senatore del fronte di Tuto Quiroga, è un famoso proprietario terriero e politico cruceño (NdR – originario o strettamente legato al dipartimento di Santa Cruz), coinvolto da una controversia per il presunto possesso irregolare di grandi appezzamenti di terra, tra cui gli oltre dodicimila ettari della Reserva Laguna Corazón.

In una dichiarazione di dieci ONG, movimenti e fondazioni che lavorano in ambito agrario, si evidenziava come problematica centrale l’incostituzionalità della Ley 1720. “La figura della “conversione volontaria” costituisce, nei fatti, l’abbandono dei doveri costituzionali dello Stato in materia di riconoscimento, regolamentazione e protezione agraria e ambientale. Permettendo che i proprietari privati della terra di riclassifichino e ridefiniscano lo statuto dei propri possedimenti agrari secondo la propria convenienza, lo Stato sta rinunciando al suo ruolo […] di portare a compimento la funzione economica e sociale della terra, intesa come uso sostenibile della stessa”, dichiara il testo.

Poco dopo la promulgazione della Ley 1720, l’8 aprile, varie organizzazioni contadine si sono pronunciate contro la stessa, dichiarando di non essere state consultate nel processo di elaborazione e discussione del progetto di legge e denunciando gli interessi dell’agroindustria. I Comunarios (membri attivi di una comunità rurale o indigena che partecipano alla democrazia comunitaria, un sistema di partecipazione politica ufficialmente riconosciuto nel paese) e le popolazioni indigene dei dipartimenti di Pando e Beni hanno immediatamente iniziato, lo stesso 8 di aprile, una marcia verso La Paz, chiamata “Por la Vida, para Salvar Bolivia”.

Mobilitazione dei contadini e delle popolazioni indigene per chiedere l’abrogazione della Ley 1720 in Bolivia. (Foto: La Nube – Bolivia)

Il loro elenco di richieste includeva, oltre all’abrogazione della Ley 1720, il rispetto dei popoli indigeni e l’adozione di leggi specifiche a tutela dell’ambiente, il riconoscimento dei diritti di proprietà sulle terre comunitarie, la sospensione e l’archiviazione del Proyecto de Ley Antibloqueos, e la soluzione al problema della carenza di idrocarburi che l’eliminazione del sussidio non aveva ancora risolto, tra le varie questioni.

Il 14 aprile è iniziato l’“Encuentro Nacional por la Tierra y Territorio” nella città di Santa Cruz, nel quale 34 organizzazioni indigene e contadine hanno richiesto l’abrogazione della Ley 1720 e annunciato la loro adesione alla marcia.

Un cambiamento di struttura organizzativa

In 28 giorni, con le bandiere tricolori nazionali e la storica wiphala – bandiera che rappresenta i popoli indigeni e contadini –, i manifestanti hanno percorso più di 1000km tra il dipartimento di Beni e La Paz, sede del governo. Mentre i social media venivano inondati di aggiornamenti in tempo reale sul percorso, in municipi come Patacamaya, a La Paz, i comunarios formavano catene umane per ricevere il corteo tra applausi, fischietti e manifestazioni di sostegno. Quella che era iniziata come una marcia amazzonica terminava aggregando contadini, indigeni e operai trasformandosi nei blocchi che hanno paralizzato il paese per 50 giorni e scosso il governo di Rodrigo Paz.

La “Marcia por la Vida para Salvar Bolivia” ha funzionato come epicentro di convergenza tra diverse organizzazioni sociali con richieste differenti. Mentre le popolazioni delle terre basse mettevano al centro la difesa dei propri territori per garantire la sussistenza socioculturale ed economica, organizzazioni sindacali come la COB hanno concentrato le proprie richieste su riforme economiche, salariali e produttive, incorporando anche le esigenze del settore minerario. Da parte loro, le federazioni dipartimentali di La Paz – tanto quella dei Trabajadores Campesinos “Tupac Katari” come quella delle Mujeres “Bartolina Sisa” – hanno richiesto la riattivazione dei progetti paralizzati, la riduzione del 50% del salario dei funzionari pubblici e la destituzione di vari ministri, mentre altri settori hanno limitato le proprie richieste a rivendicazioni sindacali specifiche.

Per l’analista politica aymara Quya Reyna, questa frammentazione dell’agenda politica ha impedito la consolidazione di un’articolazione strategica tra i settori mobilitati. I punti di convergenza generali si sono limitati al rispetto della Costituzione Politica dello Stato e all’abrogazione della Ley 1720, norma che alla fine è stata ritirata il 14 maggio.

In seguito a tali sviluppi, Vivian Palomera, dirigente della Federación Sindical Única de Trabajadores Campesinos Regional Vaca Díez, ha chiarito a Truthdig che, nonostante il settore non fosse estraneo alla crisi nazionale, l’obiettivo delle terre basse non era esigere le dimissioni del presidente, ma bloccare la riconversione della piccola proprietà: “Vediamo la priorità di esigere l’annullamento di questa legge perché, come indigene, il nostro territorio è la nostra vita […], è il nostro patrimonio e quello che lasceremo ai nostri figli”.

A tal proposito, l’antropologo Pedro Pachaguaya spiega che in Bolivia coesistono due strutture organizzative differenti che operano in base ai propri meccanismi di deliberazione, decisione e sanzione: quella di carattere indigeno-originario, le cui richieste affondano nei contesti territoriali, e quella di ambito produttivo e popolare. Il settore produttivo raggruppa il sindacalismo tradizionale, le cooperative minerarie e la COB, mentre quello popolare coinvolge i lavoratori indipendenti, le associazioni di categoria e i settori urbani informali. In altre parole, in Bolivia le organizzazioni contadine, il cui massimo rappresentante è la Confederación Sindical Única de Trabajadores Campesinos de Bolivia (CSUTCB), e le organizzazioni operaie come la COB, storicamente hanno lavorato assieme articolando lotte comuni nello spazio politico. In base a tale logica, le differenze nelle rivendicazioni rispondevano alla realtà di ciascun territorio e agli interessi di diversi settori. Con il passare dei giorni, tuttavia, le richieste hanno iniziato a tendere alla dispersione, dando maggiore protagonismo ai settori delle organizzazioni sindacali. Un esempio è quello del settore minerario riunito nella Federación Nacional de Cooperativas Mineras (Fencomin), che ha richiesto di poter acquistare quantità di esplosivo al di sopra del limite permesso, maggiori dotazioni di combustibile e la concessione di nuove aree di sfruttamento. Secondo quanto riportato dai media locali, il governo centrale ha ceduto a queste richieste per attenuare le azioni di pressione.

Centinaia di organizzazioni sociali hanno organizzato una grande marcia verso piazza Murillo, centro politico della Bolivia, per chiedere le dimissioni del presidente Rodrigo Paz dopo sei mesi di governo segnati da diverse difficoltà. Il corteo è sfociato in scontri con la polizia boliviana. (Foto: Mauricio Aguilar)

In questo contesto, la preferenza del governo di dialogare prioritariamente con i settori sindacali e corporativi ha generato tensioni interne. Il 6 maggio, dirigenti e rappresentanti locali delle organizzazioni contadine e indigene hanno disconosciuto pubblicamente il segretario nazionale della CSUTCB, Victor Hugo Roca, che aveva negoziato con il governo senza consultare le basi sociali. Attualmente, la Federación “Tupac Katari” ha disconosciuto l’accordo di pacificazione realizzato dalla COB per porre fine al conflitto.

Di fronte a questo panorama di frammentazione e crisi di rappresentatività, Pachaguaya conclude che il fenomeno attuale risponde a un crollo storico: “Quello che sta succedendo in Bolivia nel 2026 è qualcosa di diverso […] Non è la sinistra classica che si mobilita. Non c’è un partito che convoca, non c’è un leader carismatico alla guida, non c’è un’ideologia che unifica. Quello che c’è sono strutture indigene originarie, contadine e popolari che attivano il proprio sistema di governo, con la propria lingua, con i propri meccanismi di legittimazione”.

Il protagonismo del MAS aveva determinato una svolta nella struttura organizzativa sociale della Bolivia, dando luogo ad una crisi di rappresentatività che ha coinvolto tanto le comunità indigene e contadine quanto i loro legami con i settori sindacali.

Per Esther Chura, il collasso delle organizzazioni di base – sociali, indigene e operaie – è dovuto al fatto che la rappresentanza è stata assunta da “persone che non corrispondevano” ad una situazione che, secondo la sua lettura, si era acutizzata già sotto il governo di Luis Arce Catacora nel 2020. Arce era salito al potere come successore di Evo Morales; tuttavia, durante il suo governo, i due politici hanno preso le distanze l’uno dall’altro ritirandosi il sostegno reciproco, fatto che, sommato alla crisi economica che cominciava a farsi sentire nel Paese, aveva portato il partito di governo a dividersi in due fazioni inconciliabili: l’ala “evista” e l’ala “arcista”.

Questa frammentazione si replica a livello regionale in varie organizzazioni sociali. Leonel Mamani Mendoza, agricoltore e membro della comunità di Coroma nel sudest di Potosì, spiega a Truthig l’impatto di tale crisi nella sua regione: “La FRUTCAS (Federación Regional Única de Trabajadores Campesinos del Altiplano Sud) è un’organizzazione sociale molto conosciuta nel sudest potosino, alla quale sono affiliate varie centrali”. “Oggi non c’è tanta rappresentatività dei sindacati. Nel governo di Arce, il problema maggiore è che i sindacati si sono divisi. Per esempio, c’era la FRUTCAS arcista, la FRUTCAS evista e la FRUTCAS di opposizione; in questo modo tutto il sistema di organizzazione sindacale si è frammentato. Oggi si sta tentando di recuperare questa rappresentatività e legittimità che avevano le organizzazioni, ma è una sfida”, afferma.

Ulteriori tensioni, divisioni e perdite

Questa frammentazione si è riflettuta e acuita ancora di più nelle proteste recenti. Mentre nella struttura interna delle protese si notavano posture e rivendicazioni differenti, il consolidamento stesso dei blocchi ha provocato la divisione di comunità e organizzazioni sindacali e contadine, così come il rifiuto di vari settori della popolazione, soprattutto quello produttivo e commerciale.

La Bolivia ha concluso il mese di maggio con più di 89 blocchi in tutto il paese. La città di La Paz era a corto di generi alimentari: alimenti come carne, pollo, uova e latticini non riuscivano ad arrivare alle famiglie, i prezzi sono saliti esponenzialmente e i cittadini dovevano fare lunghe file per accedere ai pochi prodotti che arrivavano. Un cartone di 30 uova, ad esempio, il cui prezzo normale è di circa 35 bolivianos (tra i 3 e i 4 dollari), costava più di 70 bolivianos (7 dollari). Hanno chiuso i battenti più di mille attività del settore della ristorazione nel Paese. Qui a Cochabamba, i produttori di questi alimenti si recavano nella piazza principale per vendere all’asta i loro prodotti, in modo da non sprecarli, non potendo trasportarli in altre città, e si è verificata una carenza di frutta e verdura dovuto ai blocchi nella regione tropicale. Nelle strade si è consolidato un sentimento di preoccupazione, malcontento e frustrazione.

Donne in manifestazione chiedono le dimissioni di Rodrigo Paz per le strade del centro di La Paz (Foto: Mauricio Aguilar)

Leonel Mamani Mendoza spiega che le divisioni dei movimenti si sono accentuate poiché alcune comunità e alcuni dei loro membri non ritenevano fattibile partecipare ai blocchi stradali.

“Ad esempio, nella comunità di Coroma, all’inizio dei blocchi le massime autorità locali avevano dato istruzioni di parteciparvi a tempo indeterminato per ottenere le dimissioni del presidente. E poi altri, gli stessi comunarios, hanno detto “Ma quand’è che avete consultato le comunità?” Vale a dire, c’era una divisione. E proprio in quel periodo di blocchi era la stagione di raccolta della quinoa”.

Mentre le organizzazioni contadine e sindacali mobilitate restavano ferme nella loro richiesta delle dimissioni di Paz, vari rappresentati del settore produttivo si sono dichiarati in stato di emergenza per le crescenti predite economiche, non potendo trasportare i propri prodotti né ricevere i propri fornitori. La Cámara Nacional de Industrias ha stimato una perdita che arriva a 60 milioni di dollari al giorno e una contrazione del 2,6% del PIL. A questo si è aggiunta la protesta dei commercianti informali del paese, i quali hanno dichiarato ai media di trovarsi ad affrontare un aggravamento delle proprie difficoltà economiche.

Violazioni dei diritti durante le proteste

Per quanto concerne il ruolo dello Stato, secondo la Difensoria del Pueblo, tra maggio e giugno del 2026, sono state condotte circa sette operazioni di polizia e militari volte a smantellare i blocchi. Nel corso di operazioni sono state arrestate 583 persone, delle quali, al 15 giugno, 324 sono state rilasciate e 255 sottoposte a procedimento penale. La Defensoria, così come diversi mezzi di comunicazione, ha denunciato un eccesso di violenza da parte delle forze di polizia contro civili e giornalisti durante gli smantellamenti dei blocchi, come nel caso di Violeta Tamayo, giornalista e corrispondente de La Izquieda Diario, che è stata ricoverata a causa di una ferita da arma da fuoco nel braccio infertale dalle forze di polizia mentre dava copertura alla marcia del 10 giugno della Federación Campesina Tupac Katari e della COB.

Foto: Mauricio Aguilar

La Defensoria segnala inoltre quindici problematiche che stanno ledendo i diritti di terzi. Tra queste si annoverano la carenza di alimenti per le fasce più vulnerabili della popolazione, la mancanza di accesso a medicine, la difficoltà di trasporto di persone gravemente malate e il caso degli autotrasportatori bloccati sulle strade: “più di cinquemila persone impiegate nel settore dei trasporti pesanti, bloccate nelle strade statali, intrappolate nel mezzo dei conflitti, senza accesso ad acqua, cibo né alle condizioni minime di sussistenza”.

Allo stesso modo, durante i blocchi è avvenuta la morte di più di una decina di persone, sulle cui circostanze tuttavia non sono ancora state condotte indagini. Secondo il report, “il decesso di persone presumibilmente colpite dai blocchi delle strade o delle vie pubbliche che sono arrivate troppo tardi a centri medici specializzati, non hanno potute essere trasportate (sono decedute durante tragitto) o hanno rinunciato al trasporto a causa dei blocchi”.

Anche il governo divide

A seguito dell’accordo firmato da COB e governo, la Federación Departamental de Trabajadores Campesinos “Túpac Katari” ha fatto marcia indietro. In un primo momento ha convocato un’assemblea straordinaria allargata che non si è poi tenuta e, successivamente, ha avviato una riorganizzazione delle proprie basi. Tra le sue condizioni per riprendere il dialogo con l’Esecutivo figurava l’interruzione della persecuzione politica, giudiziaria ed economica dei dirigenti detenuti, arrestati o sottoposti a misure cautelari durante i conflitti.

La portata della giudiziarizzazione del conflitto si è vista con evidenza il 12 giugno, dopo 42 giorni di mobilitazione. In questa data David Mamani, che in quel momento era nell’esecutivo della Federación Túpac Katari, ha denunciato che più di 40 dirigenti erano detenuti, portando la cifra complessiva a circa 400 detenuti.

Giorni dopo la dichiarazione dello Stato di Eccezione, diversi settori hanno allertato che l’amministrazione centrale stava utilizzando i nuovi poteri straordinari per intensificare la persecuzione contro rappresentati sindacali, contadini e popolari che avevano partecipato alle proteste e ai blocchi nelle varie regioni del paese.

Questa risposta statale ha contribuito ad acuire le fratture interne del movimento. In un’intervista a El Pais del 16 giugno, il dirigente contadino Aquilardo Caricari ha affermato che la base non era a conoscenza dei contatti in corso e ha denunciato che alcuni leader sindacali stavano negoziando “la propria libertà e la cessazione della persecuzione giudiziaria a costo della mobilitazione popolare”.

Da parte loro, gli analisti politici evidenziano come il governo del presidente Rodrigo Paz abbia optato per una strategia di logoramento verso le organizzazioni, combinando arresti, procedimenti giudiziari e interventi di polizia con il crescente malcontento della popolazione nei confronti delle leadership contadine e indigene. Giorni dopo l’accordo con la COB e la dichiarazione dello Stato di Emergenza, il presidente ha insistito per investigare e sanzionare i responsabili dei blocchi, assicurando che avrebbe lavorato per “rafforzare la presenza dello Stato in tutto il territorio”.

Sulla stessa linea, il ministro della Difesa, Ernesto Justiniano, il ministro del Governo, Marco Antonio Oviedo, e la dirigenza del Comité Pro Santa Cruz hanno informato che coordinano azioni per dare continuità alle investigazioni penali. Le autorità hanno confermato la presenza di denunce contro l’ex presidente Evo Morales, il segretario esecutivo della COB, Mario Argollo, e il segretario esecutivo della Federación de Campesinos Túpac Katari, Vicente Salazar, segnalati come i principali promotori delle manifestazioni.

Attualmente, la Bolivia affronta un’evidente tensione interna tra i movimenti di base e la detenzione di vari dei loro dirigenti. D’altro canto, la legittimità del governo di Rodrigo Paz risulta gravemente debilitata davanti alle critiche dell’opposizione e di diversi settori scontenti della sua gestione.

In questo contesto, l’atteggiamento della base è passato da un iniziale sostegno alla richiesta diretta delle sue dimissioni. A questo proposito, Esther Chura spiega l’allontanamento dei settori popolari dal partito di governo “Abbiamo iniziato a vedere quello che la gente vuole davvero, e non vuole più il dialogo. Credo che la gente voglia fermamente che Paz se ne vada. Davanti a tutto questo, come si può continuare ad appoggiare il governo? Il governo è già visto di cattivo occhio, non si può continuare così”.

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