L’espressione con cui a partire dagli anni ‘50 del secolo scorso furono individuati alcuni dei paesi che gli Stati Uniti ritenevano come il loro giardino di casa è quasi finita nel dimenticatoio, tranne per pochi (o molti) boomer quella espressione non vuole dire quasi niente e si presta alle interpretazioni più stravaganti.

Eppure per almeno un paio di generazioni di donne e uomini della sinistra nella sua accezione più ampia (da quella parlamentare a quella rivoluzionaria per intenderci) quella espressione ha significato il dominio delle multinazionali e spesso l’interventismo militare degli Stati Uniti in paesi come Costa Rica, Panamá, Colombia, Guatemala e via dicendo.
L’America Latina, per oltre un secolo, è stata considerata dagli Stati Uniti come il proprio “giardino di casa“. Anche dietro questa espressione apparentemente innocua ed oggi quasi insignificante si cela una lunga storia di interferenze, colpi di stato, occupazioni militari e dominazione economica che ha segnato il destino di intere nazioni del continente.
La Dottrina Monroe e il corollario del Big Stick
Nel 1823, gli Stati Uniti varano la Dottrina Monroe: l’America agli Americani. In origine, una posizione difensiva contro le mire coloniali europee. Ma nel tempo, la dottrina diventa uno strumento di espansione imperiale. Con Roosevelt all’inizio del ’900, arriva il cosiddetto “corollario del Big Stick” che giustificava l’intervento armato in America Latina per “mantenere l’ordine” e proteggere gli investimenti statunitensi.
Le multinazionali che governavano i tropici

La bandiera di uno stato?!!
Fu in questo contesto che emerse il potere delle multinazionali americane, prima fra tutte la United Fruit Company (oggi Chiquita Brands). Questa corporation controllava ferrovie, porti e vasti territori coltivati a banane, specialmente in paesi come Honduras, Guatemala, Nicaragua e Costa Rica. Attraverso la corruzione e la pressione politica, la United Fruit arrivò a influenzare direttamente la politica di interi paesi, facendo nascere il concetto di “repubblica delle banane“.
Tra la fine dell’Ottocento e gli anni ’30, i marines USA sbarcano in Honduras, Nicaragua, Haiti, Repubblica Dominicana. In nome della stabilità, si imponevano regimi filoamericani e si tutelavano gli interessi delle proprie multinazionali.
Guerra fredda: il nemico ora è il comunismo
Dal secondo dopoguerra, la logica interventista cambiò forma ma non sostanza. Gli Stati Uniti, preoccupati per l’espansione del comunismo, attraverso la CIA e con l’appoggio delle multinazionali, iniziarono a sostenere regimi militari autoritari purché fossero allineati politicamente. Emblematico fu il caso del Guatemala nel 1954: il presidente Jacobo Árbenz, che stava attuando una riforma agraria che toglieva le terre alla United Fruit, fu rovesciato da un colpo di stato organizzato dalla CIA. Stessa sorte toccò al Brasile nel 1964, al Cile di Allende nel 1973 e all’Argentina nel 1976. Tutti caduti sotto la spinta di interessi statunitensi mascherati da “lotta al comunismo”. Senza dimenticare i paesi dell’America Centrale negli anni ’80 (Nicaragua, El Salvador), dove gli Stati Uniti giocarono un ruolo chiave nel sostenere o organizzare golpe e guerre civili, finanziando eserciti, giunte militari e milizie paramilitari.
Continuità economiche e nuova forma di dominazione
Con il declino degli interventi militari diretti, dagli anni ’90 in poi si è affermata una forma più flessibile ma altrettanto efficace di dominazione: le multinazionali statunitensi hanno mantenuto il controllo attraverso il libero commercio, il controllo della logistica e delle filiere globali, i marchi internazionali, senza più dover governare direttamente le terre o i governi.
Dalla canna da zucchero al trattato di libero scambio
Con la fine degli interventi militari diretti (almeno finora…vediamo cosa succede in Groenlandia), gli USA cambiano strategia: meno marines, più trattati. La dominazione diventa più discreta ma non meno efficace. Le vecchie forme coloniali si sono evolute in un neocolonialismo flessibile, fatto di outsourcing, accordi ineguali e greenwashing. Le strutture di dipendenza economica, sfruttamento del lavoro e monocoltura agricola non sono cambiate in modo sostanziale ed in molti paesi restano irrisolte le diseguaglianze del secolo passato.
Un’eredità ancora viva
Il linguaggio è cambiato, le forme del controllo anche. Ma l’essenza del rapporto tra Stati Uniti e America Latina resta segnata da una storica asimmetria. L’America Latina continua a essere, in molti dossier strategici, trattata come un’estensione degli interessi statunitensi. Cambiano le bandiere, restano i padroni.
L’espressione “giardino di casa” è forse il simbolo più lampante dell’arroganza con cui gli Stati Uniti hanno trattato l’America Latina per più di un secolo. Oggi non ci sono più marines a presidiare i porti, ma la logica della subordinazione economica resta viva nei meccanismi del commercio globale e nel ruolo dominante che alcune multinazionali continuano a svolgere nel Sud del mondo.
Quello che dobbiamo anche aver chiaro e che oggi siamo di fronte ad una trasformazione profonda del neocolonialismo contemporaneo: non è più legato esclusivamente alla nazionalità delle imprese, ma alla struttura globale del capitale e ai meccanismi di potere transnazionali.
Il caso di Chiquita Brands, oggi controllata da capitali brasiliani (gruppo Cutrale–Safra), ma ancora legata a una logica neocoloniale, ci aiuta a comprendere questa trasformazione.
Abbiamo accennato al fatto che, nel XXI secolo, il potere non si esercita più solo tramite la nazionalità dell’impresa, ma attraverso le reti globali di produzione, il controllo delle filiere agricole, logistiche e finanziarie ed soprattutto attraverso forme di sfruttamento flessibile del lavoro e dell’ambiente.
Questo avviene anche quando il capitale è “del Sud globale” (come il Brasile), cioè se si continua ad essere inseriti nei meccanismi del capitalismo globale si possono riprodurre logiche coloniali.
Il caso di Chiquita da multinazionale USA a impresa “brasiliana”
Chiquita Brands era la vecchia United Fruit Company, simbolo stesso dell’imperialismo in Centro America. Nel 2014 è stata acquisita da Cutrale-Safra, un gruppo brasiliano leader nella produzione di succhi. Tuttavia le condizioni di lavoro nelle piantagioni di banana (Honduras, Guatemala, Colombia) non sono migliorate; restano attive logiche di sfruttamento ambientale e sociale (ad esempio con l’uso di pesticidi e la repressione sindacale); l’impresa continua a usare meccanismi fiscali e commerciali globali che impoveriscono le economie locali.

In sintesi: cambia il passaporto della proprietà, non cambia però la struttura del dominio. In questo contesto, Brasile, India, Cina, Sudafrica non sono più solo paesi “periferici” ma anche attori imperiali in certe filiere — pur restando subordinati in altre.
Il neocolonialismo flessibile non ha più bisogno della bandiera statunitense: può usare capitali “del Sud”, può usare retoriche ambientaliste o commerciali soft, ma continua a produrre dipendenza economica, asimmetria contrattuale e marginalizzazione politica.
Chiquita oggi “parla portoghese”, ma continua a controllare territori come faceva la United Fruit e a comportarsi come facevano i “gringos”.
Vi riportiamo ai seguenti link articoli che sono stati tradotti da Sonia Mormone e adattati da Caminantes su quello che succede nelle piantagioni Chiquita tra il Costa Rica e Panamá.
Costa Rica- “Grazie per la vostra comprensione” ci ha scritto Chiquita
Panamá – Chiquita licenzia migliaia di lavoratori in sciopero
Costa Rica – “Siamo solidali con la lotta del popolo panamense”