Cile – La vittoria di Kast: quando la paura diventa progetto politico e la sinistra istituzionale paga i propri limiti

15 Dicembre 2025

Non ci sono state sorprese, ma il margine è stato più ampio del previsto. José Antonio Kast, candidato dell’estrema destra cilena, ha vinto le elezioni presidenziali e sarà il nuovo presidente del Paese. Con il 58,16% dei voti ha superato nettamente Jeannette Jara, ministra del Lavoro uscente, ferma al 41,84%. La vittoria è stata convalidata in tutte e sedici le regioni del Cile.

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José Antonio Kast e la moglie Maria Pia Adriasola sul palco a Santiago dopo la vittoria di Kast alle presidenziali in Cile, il 14 dicembre 2025 (AP Photo/Matias Delacroix)

Vale la pena chiarirlo subito, per evitare letture pigre e scorciatoie analitiche: quando qui parliamo di “sinistra”, non parliamo dei movimenti sociali, delle organizzazioni popolari, delle comunità indigene, del femminismo radicale o delle esperienze di autonomia nate nella rivolta del 2019.

Parliamo della sinistra istituzionale, dei governi progressisti che hanno occupato quello spazio negli ultimi anni senza riuscire a trasformare la spinta sociale in un progetto politico duraturo.

La paura come collante elettorale

Kast ha vinto acquisendo gran parte dell’elettorato di Franco Parisi, arrivato terzo al primo turno e che aveva chiesto al suo elettorato di annullare il voto, restando formalmente neutrale. Ma più dei flussi elettorali conta il dispositivo politico che ha reso possibile questa affermazione.

Nel suo primo discorso, Kast ha insistito ancora una volta sulla “paura che tormenta le famiglie”. È lo stesso asse narrativo che ha guidato l’intera campagna: sicurezza, ordine, controllo, repressione.

Il copione è ormai noto e transnazionale. Come negli Stati Uniti, come in Argentina, come in El Salvador, la destra costruisce consenso non promettendo benessere, ma protezione. Non diritti, ma controllo. Non futuro, ma disciplina.

Durante la campagna Kast ha parlato apertamente di deportazioni di massa, minacciando l’espulsione di 330.000 immigrati irregolari, in gran parte venezuelani. Ha promesso muri e recinzioni, la militarizzazione dei confini con Perù e Bolivia. Ha evocato prigioni di massima sicurezza sul modello Bukele, isolate dal mondo esterno, come risposta totale alla criminalità.

La battaglia culturale prima di quella elettorale

Questa narrazione non nasce dal nulla: il successo della destra cilena è stato possibile solo grazie a un lavoro sistematico degli apparati mediatici, capaci di produrre livelli di insicurezza percepita molto più alti rispetto ai dati reali. Il Cile non è il paese più violento della regione. Eppure, la paura è stata costruita, alimentata, normalizzata. La criminalità è diventata la lente unica attraverso cui leggere ogni conflitto sociale.

Qui emerge un nodo politico decisivo: quando la sinistra istituzionale rinuncia a costruire un immaginario alternativo, la destra occupa quello spazio con la paura.

Il fallimento del progressismo non coincide con la sconfitta dei movimenti

Jeannette Jara ha riconosciuto la sconfitta. Lo stesso ha fatto Gabriel Boric. Ma i numeri parlano chiaro: la candidatura di Jara non ha aperto un nuovo ciclo politico e nemmeno l’arrivo di una nuova leadership. Non è diventata un punto di riferimento egemonico né dentro né fuori le istituzioni.

Dopo la sconfitta del referendum costituzionale del 2022, la sinistra cilena non ha mai davvero rielaborato il proprio rapporto con il potere. Il governo Boric ha progressivamente smussato le proprie ambizioni, scegliendo la governabilità al posto della trasformazione. Il risultato è stato un doppio scollamento: con le élite non ha mai rotto davvero, con le classi popolari ha perso credibilità.

È qui che la sinistra di movimento individua la frattura: non tra sinistra e destra, ma tra conflitto sociale e amministrazione dell’esistente.

Kast, Pinochet e la continuità mai spezzata

Dal marzo prossimo e fino al 2030, il Cile sarà governato da José Antonio Kast. La sua traiettoria personale non è un dettaglio secondario. Figlio di un ex militare tedesco, membro del partito nazista e ammiratore di Augusto Pinochet, Kast non ha mai preso le distanze dal passato dittatoriale del Paese. Suo fratello Miguel Kast fu ministro durante la dittatura. Lui stesso ha ammesso di aver votato “sì” nel plebiscito del 1988 indetto da Pinochet per tentare di restare ancora in carica.

La transizione cilena ha lasciato intatte molte strutture di potere. La sconfitta del pinochetismo non è mai stata totale. Kast non è un incidente della storia: è il prodotto di quella continuità.

Un’estrema destra che parla la stessa lingua ovunque

La vittoria di Kast è stata celebrata immediatamente da Javier Milei e Nayib Bukele. Non la si può considerare semplice solidarietà ideologica: è un riconoscimento reciproco all’interno di un campo politico globale.

L’estrema destra latinoamericana condivide lessico, nemici, strategie. Criminalità, migrazione, “casta”, ordine, sacrificio. Cambiano i contesti, non il progetto.

E mentre questa destra si coordina, si rafforza e si legittima, le sinistre istituzionali continuano a oscillare tra difesa dell’esistente e paura di rompere davvero.

Un continente conteso: numeri, illusioni e rapporti di forza reali

Se si guarda alla mappa elettorale dell’America Latina, il quadro appare ancora formalmente equilibrato. Oggi i governi che si collocano nell’area della sinistra istituzionale o del progressismo sono: Messico, Brasile, Colombia, Cile (ma fino a marzo), Venezuela, Honduras, Guatemala, Nicaragua e Cuba. Nove paesi.

Sul fronte opposto, i governi apertamente di destra o di estrema destra sono: Argentina, Bolivia, El Salvador, Ecuador, Perù, Paraguay, Uruguay, Costa Rica, Panama, Repubblica Dominicana, a cui si aggiungerà il Cile di Kast. E qui siamo a undici.

Ma questo scarto minimo è un’illusione temporanea, da marzo il rapporto sarà di dodici a otto e in più c’è da considerare che non tutti i governi pesano allo stesso modo, né giocano la stessa partita. Le destre oggi governano paesi chiave, fungono da laboratorio politico e si muovono in modo coordinato, con l’appoggio esplicito degli Stati Uniti e della galassia trumpista. Argentina, El Salvador, Cile e Bolivia non sono semplici casi nazionali: sono snodi strategici di una nuova architettura conservatrice continentale.

Le sinistre istituzionali, al contrario, appaiono frammentate, difensive, spesso paralizzate dal timore di rompere con gli equilibri di potere esistenti. Governi come quelli di Lula, Sheinbaum o Petro reggono soprattutto per il peso delle loro società e delle loro economie, non perché abbiano riattivato un ciclo politico espansivo.

Il nodo comune: Bolivia, Argentina, Cile

Questi tre paesi raccontano la stessa storia da angolazioni diverse. In Bolivia, il ciclo progressista si è esaurito lasciando spazio a una destra che parla di “fine delle ideologie” mentre riallaccia i rapporti con Washington. In Argentina, Milei governa nonostante il disastro sociale, grazie al vuoto lasciato da un peronismo incapace di autoriformarsi. In Cile, Kast vince promettendo ordine e repressione dopo che il progressismo ha amministrato la speranza senza trasformarla.

In tutti e tre i casi, la destra non vince perché è forte, ma perché trova di fronte a sé una sinistra istituzionale che ha smesso di essere pericolosa per l’ordine esistente.

Una nuova normalità reazionaria

Il pericolo non è solo l’alternanza elettorale. È la normalizzazione di un paradigma: sicurezza al posto dei diritti, paura al posto del conflitto sociale, disciplina al posto della giustizia.

Le destre latinoamericane non promettono un futuro migliore. Promettono di contenere il caos prodotto da un capitalismo che non intendono mettere in discussione. E proprio per questo risultano credibili a settori popolari abbandonati da governi che si dicevano di sinistra ma hanno governato come amministratori dell’esistente.

La domanda che attraversa il continente

La questione non è se la sinistra tornerà a vincere qualche elezione. La questione è quale sinistra.

Una sinistra che governa senza conflitto prepara il terreno alla destra.

Una sinistra che confonde movimenti e istituzioni finisce per delegittimare entrambi.

Una sinistra che rinuncia a colpire i privilegi perde la propria ragion d’essere.

In America Latina le onde vanno e vengono. Ma non tornano mai identiche.

Se le sinistre non rompono con il proprio passato recente, la prossima onda sarà ancora più impetuosa e non sarà progressista: sarà ancora più autoritaria, disciplinata, punitiva. E travolgerà i due lati dell’oceano. E non si potrà dire di essere arrivata senza preavviso.

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