Articolo di Giorgio Trucchi pubblicato l’8 Aprile del 2019 – da allora le modalità non sono cambiate e anzi l’arroganza di Chiquita Brands è aumentata. Traduzione di Sonia Mormone
La decisione unilaterale presa da Chiquita Brands Costa Rica di chiudere il dipartimento delle operazioni portuali a Limón, licenziando illegalmente tutti i lavoratori e le lavoratrici e esternalizzando i lavori che avevano assegnato, è un’altra dimostrazione dell’immoralità della società a capitale brasiliano.

Carlos lavorava come tecnico da 15 anni nel dipartimento operazioni portuali di Chiquita Brands. Faceva la manutenzione e riparava i container che la multinazionale usava per l’esportazione di frutta.
“Sabato 2 marzo, quando entrai a lavorare, l’atmosfera era già abbastanza pesante. Sapevamo che stava succedendo qualcosa perché per tutta la settimana avevano tirato fuori i container dal terminal, e il piazzale si era svuotato poco a poco.
I capi ci avevano venduto l’idea che quello che si stava facendo era spazio per più di 1.000 nuovi container. Con questa giustificazione pretendevano che tutto il mondo fosse quieto e tranquillo, tuttavia la preoccupazione cresceva.
Ho finito di lavorare alle 3 del pomeriggio e sono andato a casa per riposare. Improvvisamente, domenica, è arrivato su WhatsApp il comunicato di Chiquita che diceva che era tutto finito, che non avevamo più lavoro.
La cosa più assurda di tutte era che il messaggio si concludeva con una frase che diceva: “Grazie per la comprensione“, un’ironia crudele. Dopo tanti anni e tanti sforzi, l’azienda ci ha congedato con un breve messaggio di ringraziamento per la nostra comprensione.
Sono rimasto sorpreso. C’erano voci che ci sarebbero stati licenziamenti, ma mai la chiusura totale dell’impianto. Tutto è stato molto umiliante e mi sento totalmente e assolutamente indignato per il modo in cui siamo stati licenziati, violando il contratto collettivo e le leggi nazionali.
Il minimo era guardarci negli occhi e informarci della decisione. Siamo stati trattati come oggetti e gettati in strada senza che ci mettessero neppure la faccia. Per i proprietari di Chiquita non siamo nemmeno pedine. Siamo come pezzi, mattoncini di Lego che possono usare e buttare via a loro piacimento.
Gli ho dato la mia giovinezza e non hanno apprezzato niente di quello che ho fatto per l’azienda. Ci hanno semplicemente buttato via perché per loro non eravamo più necessari”.
Carlos è sposato e ha un figlio e una figlia. Il maggiore ha iniziato quest’anno il corso di studi di ingegneria, mentre la piccola è alla Scuola secondaria inferiore.
“Ora devo vedere cosa fare, perché a Limón non si trova lavoro. Il poco che c’è è totalmente precario. Siamo tutti nella stessa situazione. Parliamo di migliaia di persone direttamente o indirettamente colpite da questi licenziamenti immorali.
Per fortuna siamo uniti e lotteremo per i nostri diritti. Da quando la proprietà di Chiquita è passata nelle mani dei brasiliani (Cutrale-Safra) hanno cercato sempre di far fuori il sindacato.
Senza il Sintracobal e le alleanze strategiche che ha a livello nazionale ed internazionale non avremmo potuto resistere e farci rispettare in tutti questi anni”.