Ecuador – Il movimento indigeno mette a repentaglio i piani di austerità neoliberista

17 Ottobre 2025

Nell’Ecuador del presidente Noboa, dove si sperimenta una nuova modalità di “colpo di stato” senza i militari e i carri armati per le strade (vedi il nostro articolo) le comunità indigene continuano a rappresentare una spina nel fianco contro le politiche liberiste e allo stesso tempo la colonna vertebrale delle mobilitazioni sociali in un paese sotto attacco da parte delle corporazioni e degli interessi del Fondo Monetario Internazionale. L’articolo, scritto da Martín Cúneo, è stato tradotto e adattato da Michela Di Vaio, racconta delle ultime mobilitazioni animate dalla CONAIE (Confederación de Nacionalidades Indígenas del Ecuador) riguardo il tentativo di aumento del prezzo del gasolio, proteste che si sono allargate ad altri temi quali la riduzione dell’IVA, la liberazione dei detenuti, la fine della criminalizzazione delle proteste e maggiori investimenti su salute e educazione.

Marlon conaie
Marlon Vargas, presidente della CONAIE, e i leader del Consiglio di Governo visitano il nord del paese con le comunità che continuano a resistere dopo settimane di scioperi in Ecuador. Foto: Conaie

La mobilitazione della confederazione indigena è in corso da tre settimane tra denunce di violazioni dei diritti umani e criminalizzazione della protesta.

Cinque mesi dopo aver vinto le elezioni generali, il 12 settembre il presidente dell’Ecuador, Daniel Noboa, ha annunciato l’eliminazione del sussidio sul diesel, un aiuto vigente nel paese dal 1974 e che numerosi governi hanno provato a eliminare, senza successo.

La misura, che fa parte di un piano di regolamentazioni maggiori per conformarsi al FMI, presuppone un aumento del 55% – da 1,8 a 2,8 dollari al gallone – e aspira a far risparmiare quasi mille milioni allo Stato ecuadoriano, ma come in altre occasioni, si è scontrato con una mobilitazione popolare indigena che ha sopraffatto il Governo e le forze di polizia.

Gli scioperi e le mobilitazioni sono stati guidati dalla Confederazione delle Nazionalità Indigene dell’Ecuador (Conaie), una potente organizzazione sociale che raggruppa le comunità della costa, dell’altopiano e della selva e riunisce più di tre milioni di persone provenienti da decine di popolazioni originarie del paese.

Questo movimento indigeno aveva già promosso le massicce proteste che hanno portato i presidenti neoliberali Lenín Moreno (2017-2021) e Guillermo Lasso (2021-2023) a ritirare altre proposte di abrogazione di sussidi statali per adeguarsi alle esigenze del Fondo Monetario Internazionale (FMI). A partire dagli inizi deli anni ’90, la Conaie ha anche svolto un ruolo cruciale nella lotta contro il neoliberalismo, con mobilitazioni storiche che sono riuscite a frenare privatizzazioni e aumenti dei prezzi per i settori popolari, così come ha contribuito alla caduta dei presidenti Abdaláh Bucaram nel 1997 e Jamil Mahuad, nel 2000. La Conaie, inoltre, ha svolto un ruolo chiave nella lotta che ha reso impossibile la firma del trattato di libero commercio con gli Stati Uniti e alla chiusura della base militare statunitense di Manta. Insieme al movimento dei “fuorilegge”, la Conaie ha incoraggiato un cambiamento dell’opinione pubblica che ha portato Rafael Correa al potere.

Proteste e repressione

Le proteste indigene e popolari sono cominciate verso metà settembre, nel momento in cui il Governo di Noboa annunciava un referendum per permettere le installazioni di basi militari americane nel territorio, secondo la sua versione, per combattere l’insicurezza e il narcotraffico, cosa che la Costituzione dell’Ecuador proibisce espressamente.

Il 16 settembre, i manifestanti hanno bloccato strade e autostrade per protestare contro le misure e il Governo Noboa ha decretato lo stato di eccezione in sette province (Carchi, Imbabura, Pichincha, Azuay, Bolívar, Cotopaxi e Santo Domingo) e il coprifuoco in cinque di esse.

Il 19 settembre, la Conaie ha indetto uno sciopero nazionale “immediato e a tempo indeterminato” per opporsi all’aumento del prezzo del gasolio, tra minacce di trattare scioperanti e picchetti come “terroristi”, cosa che ha più volte ripetuto in tre settimane di scioperi. “Chiediamo l’attivazione delle guardie comunitarie per la protezione delle nostre comunità”, ha dichiarato il presidente della Conaie, Marlon Vargas.

Secondo quanto denuncia Vargas, l’eliminazione del sussidio “rende più costosi i trasporti, la produzione, gli alimenti e la vita di milioni di famiglie ecuadoriane”. Il governo ha ripetuto in varie occasioni di non aver intenzione di negoziare, secondo quanto ha dichiarato la portavoce della presidenza, Carolina Jaramillo, “come una forma di pressione a cui il Governo alla fine dovrebbe cedere”.

La repressione della protesta da parte della Polizia Nazionale e delle Forze Armate ecuadoriane è stata sistematica e ha meritato l’attenzione di Amnesty International, che ha espresso la sua preoccupazione “per il recente deterioramento della protezione dei diritti umani in Ecuador”. L’uso eccessivo della forza contro i manifestanti, gli arresti arbitrari, l’avvio di processi penali abusivi e il congelamento dei conti bancari dei leader sociali e manifestanti sono alcuni dei casi denunciati da questa organizzazione internazionale.

Amnesty International ha documentato la morte di almeno un manifestante, Efraín Fuerez, un artigiano kichwa colpito tre volte dalle Forze Armate nella provincia di Imbabura il 28 settembre. Inoltre, al primo di ottobre, sono stati registrati 100 feriti e 85 arresti. L’ONG esprime la sua “particolare preoccupazione” per l’arresto di 12 persone di nazionalità kichwa nella città di Otavalo, sull’altopiano, accusate di “terrorismo”.

Il 4 ottobre, la Alianza por los Derechos Humanos del Ecuador ha aumentato il numero dei feriti a 110, quello degli arresti a 102, con 196 segnalazioni di violazioni dei diritti umani e 12 persone temporaneamente scomparse.

La repressione delle proteste si inserisce nel contesto di accuse contro il governo di Noboa e le Forze Armate per aver eseguito o occultato sparizioni forzate nell’ambito della strategia di sicurezza militarizzata conosciuta come Plan Fénix. Nel rapporto “Sono militari, li ho visti”, pubblicato lo scorso 23 settembre, Amnesty International ha concluso che le Forze Armate sono responsabili delle sparizioni forzate.

La mobilitazione in Ecuador arrivata al suo diciassettesimo giorno oltre alla richiesta di abrogazione della legge 126 – che elimina il sussidio al gasolio – hanno richiesto la riduzione dell’IVA al 12%, la liberazione dei detenuti, la fine della criminalizzazione delle proteste e maggiori investimenti su salute e educazione nelle comunità indigene tradizionalmente trascurate.

Il 7 ottobre, il presidente Noboa è entrato con il suo veicolo ufficiale nel cantone El Tampo, nella provincia di Cañar, dove è stato circondato da manifestanti e colpito con lanci di pietre. Il Governo ha denunciato un “tentativo di omicidio” e ha parlato di “segni di proiettili” sulla carrozzeria. Secondo la CONAIE, il suo ingresso in “una zona di resistenza” costituisce una “provocazione” e mette in guardia contro “operazioni sotto falsa bandiera orientati a criminalizzare il movimento indigeno, distogliendo l’attenzione dalla grave crisi sociale ed economica che vive l’Ecuador”. Cinque comuneros sono stati detenuti e processati per l’attacco, sebbene l’8 ottobre, la giudice penale di Azogues, Erika Álvarez, abbia dichiarato l’arresto illegale. Nonostante l’amministrazione Noboa affermi ripetutamente che “la decisione è già stata presa” e che non ci saranno negoziati, la storia degli ultimi trent’anni dell’Ecuador dimostra che quando il movimento indigeno si solleva, il governo si siede.

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