Siamo costituzionalmente attenti a quanto succede in America Latina e in particolare al dibattito che si sviluppa nei movimenti sociali; il nostro sguardo – il nostro mirar – è indirizzato a scorgere tracce e segnali utili ad avere uno sguardo critico capace di fornirci quegli strumenti in grado di sviluppare pensiero critico. Abbiamo tradotto due testi che offriamo, con una qualche nostra riflessione, a chi voglia guardare, come noi, con attenzione e interesse a quanto avviene in America Latina e non solo. Si tratta di testi usciti a cavallo dell’8 marzo 2026 ma che mantengono inalterato il loro valore.

Nell’Argentina di Milei, il femminismo si trova a fare i conti con una doppia pressione: l’offensiva della destra che smantella le conquiste istituzionali e una critica interna che mette in discussione le forme stesse con cui il movimento ha scelto di agire negli ultimi anni. I due testi che trovate tradotti — un estratto del libro Troppo femminismo? di Agustina Paz Frontera e un articolo di Mariana Fernández Camacho sull’8 marzo nell’Argentina di Milei — offrono voci e prospettive diverse su questa crisi, aprendo una domanda che resta senza risposta facile: quando un movimento entra nelle istituzioni, chi cambia chi?
I due testi offrono materiale prezioso per chi voglia interrogarsi sul femminismo non come politica di governo, ma come movimento sociale radicalmente autonomo. Letti insieme, rivelano una tensione strutturale che attraversa l’intera esperienza del ciclo Ni Una Menos: il passaggio del femminismo nelle istituzioni statali non ha liberato le donne, ha prodotto una nuova forma di dipendenza — questa volta dal potere che si diceva di voler trasformare.
Lo Stato non è neutro: è il problema
La prima cosa che emerge con forza, pur senza essere tematizzata fino in fondo nei testi, è che lo Stato non è uno strumento disponibile per chiunque voglia usarlo. Ha una logica propria, interessi propri, e una capacità straordinaria di assorbire, neutralizzare e reindirizzare le energie trasformative dei movimenti sociali.
Paz Frontera lo ammette implicitamente quando scrive che “una femminista al potere non è la stessa cosa di una femminista con potere”. Le femministe sono entrate nelle istituzioni, hanno occupato ministeri, hanno redatto leggi — eppure il potere reale è rimasto altrove. Questo non è un paradosso accidentale: è la funzione ordinaria dello Stato liberale, che integra le domande dei movimenti trasformandole in politiche gestibili, svuotandole della loro carica antagonista.
Il caso argentino è emblematico. Il Ministero delle Donne, dei Generi e della Diversità è esistito negli stessi anni in cui la popolazione si impoveriva drammaticamente. Le politiche di genere hanno funzionato — consciamente o no — come paravento simbolico per un governo incapace di redistribuire ricchezza. Non è un caso isolato: è il meccanismo classico attraverso cui lo Stato usa il riconoscimento identitario per scaricare la pressione sociale senza toccare i rapporti di forza economici.
La “femocrazie”: una nuova forma di separazione dall’alto
Uno degli apporti più onesti dei testi è il riconoscimento, proveniente dall’interno del movimento stesso, dell’emergere di una “casta femminista”. Non è una critica di destra: è l’accusa che le stesse militanti di base rivolgono a chi è salita nelle istituzioni.
Georgina Orellano, segretaria dell’AMMAR, lo dice con una chiarezza difficile da eludere: il femminismo istituzionale è “bianco, accademico”, ha messo in agenda i propri temi lasciando fuori le donne povere, le lavoratrici sessuali, le travestite e le trans dei settori popolari. Alla prospettiva di genere è mancata — strutturalmente, non per distrazione — la prospettiva di classe.
Questa critica ha radici profonde nella storia dei movimenti autonomi. Ogni volta che una parte di un movimento sociale accede alle istituzioni, si produce una separazione: chi entra nello Stato smette di rispondere al movimento e comincia a rispondere alla logica burocratica, ai tempi parlamentari, agli equilibri di coalizione. Le “femministe di scrivania” accusate dalle organizzazioni sociali non sono individui corrotti: sono il prodotto inevitabile di un processo di istituzionalizzazione che trasforma le militanti in funzionarie.
Il capro espiatorio e la funzione ideologica dello Stato
C’è un secondo meccanismo che i testi descrivono con precisione: la costruzione del femminismo come capro espiatorio delle sconfitte del progressismo. Sia la destra radicale che settori della sinistra e del peronismo hanno usato l'”eccesso femminista” per spiegare le proprie sconfitte elettorali, evitando di fare i conti con il fallimento delle politiche economiche neoliberali o con la propria incapacità di costruire alternative reali.
Da una prospettiva antistatale, questo meccanismo non sorprende: è esattamente ciò che lo Stato e i partiti fanno con i movimenti sociali quando non sono più utili. Li integrano nella fase ascendente, li scaricano nella fase discendente. Il femminismo istituzionale ha offerto ai governi progressisti una legittimità simbolica a basso costo; quando quella legittimità si è esaurita, il movimento è diventato il responsabile del fallimento.
La lezione è antica quanto il movimento operaio: chi entra nello Stato per cambiarlo finisce per essere cambiato dallo Stato.
L’autonomia come pratica, non come purezza
Sarebbe sbagliato, però, usare questa critica per rifugiarsi in una nozione romantica di purezza movimentista. I testi stessi mostrano che il rifiuto totale delle istituzioni ha i suoi limiti: Ni Una Menos è nato come movimento autonomo, ma le sue rivendicazioni — contro il femminicidio, per l’aborto legale, per il riconoscimento dell’identità di genere — richiedevano risposte concrete che solo una trasformazione del quadro giuridico poteva offrire.
Il punto non è rifiutare ogni forma di interlocuzione con le istituzioni, ma mantenere il baricentro del movimento fuori dallo Stato. La differenza è sostanziale:
- un movimento che usa lo Stato come terreno di lotta, mantenendo la propria autonomia organizzativa, la propria capacità di pressione e il proprio radicamento nelle comunità, è altra cosa rispetto
- a un movimento che entra nello Stato, delegando a funzionarie elette o nominate la rappresentanza delle proprie domande.
Nel primo caso il movimento esiste e agisce indipendentemente dalle istituzioni. Nel secondo, il movimento si dissolve nella gestione pubblica e perde la sua capacità antagonista.
Quello che i testi non dicono: l’autonomia come alternativa
La domanda che i testi pongono — “troppo o troppo poco femminismo istituzionale?” — è in fondo la domanda sbagliata, perché accetta come dato il terreno su cui si gioca. La vera questione è un’altra: quali forme organizzative permettono ai movimenti femministi di costruire potere reale, radicato nelle comunità, indipendente dai cicli elettorali e dalle coalizioni di governo?
La risposta non può che essere nella direzione opposta all’istituzionalizzazione:
Radicamento territoriale. Le organizzazioni che continuano a costruire forza non sono quelle che hanno conquistato ministeri, ma quelle — come AMMAR (Asociación de Meretrices de la Argentina), come La Revuelta in Patagonia, come le reti di accompagnamento all’aborto autogestito — che hanno costruito pratiche concrete di mutuo aiuto, difesa legale, educazione popolare nei quartieri e nei territori.
Autonomia finanziaria. Uno dei meccanismi più potenti di neutralizzazione dei movimenti è la dipendenza dai finanziamenti statali o dalle fondazioni internazionali. Un movimento che dipende dallo Stato per le proprie risorse non può opporsi allo Stato.
Orizzontali e non deleganti. Le strutture orizzontali, quelle che non producono portavoce permanenti né leader istituzionalizzabili, sono quelle che resistono meglio all’assorbimento. Gli Incontri plurinazionali argentini — 38 anni di assemblee autogestite, senza finanziamento statale, senza rappresentanza delegata — sono forse l’esempio più longevo e significativo a livello mondiale.
Alleanze di classe. Come indica con lucidità Orellano, il femminismo che non parla alle donne povere non è un femminismo di liberazione: è una politica identitaria di ceto medio. La costruzione di alleanze reali con le classi popolari — non in termini retorici ma organizzativi — è la condizione per uscire dalla trappola del capro espiatorio.
Resistere allo Stato, non dentro lo Stato
Nell’Argentina di Milei, come in tutti i contesti in cui la destra avanza smantellando le conquiste istituzionali, la tentazione è di difendere le istituzioni ottenute. È comprensibile. Ma la difesa delle istituzioni non può essere confusa con la difesa del movimento. Le leggi si abrogano, i ministeri si chiudono, le funzionarie si dimettono o vengono esautorate. Ciò che resiste, quando le istituzioni cedono, è solo la forza organizzata dei movimenti.
Ruth Zurbriggen ha ragione quando dice che serve radicalità. Ma la radicalità non è uno stile comunicativo né un’intensità emotiva: è la disposizione a rimettere in discussione le forme organizzative, a non accettare come naturale il terreno su cui si viene chiamate a giocare, a costruire potere che non dipenda dal riconoscimento statale.
Il femminismo che verrà — se verrà con forza trasformativa — non sarà quello che conquisterà i prossimi ministeri, ma quello che avrà saputo costruire, nei periodi bui, reti autonome sufficientemente forti da non aver bisogno dello Stato per esistere, agire e cambiare la vita concreta delle persone.
A seguire le traduzioni dei due articoli i cui testi originali si trovano al seguente link https://www.elsaltodiario.com/feminismos/cuarta-ola-feminista-empezo-argentina
Ricerche, traduzioni e adattamento di Erika Giugliano e Caminates – Centro Studi e Documentazione sul Messico e l’America Latina