
Il Leone e la Tigre. Javier Milei e Abelardo de la Espriella si sono scelti anche un animale, come se la politica avesse bisogno di un simbolo da esibire prima ancora che di un programma da discutere. Il primo, presidente argentino, è diventato il modello del secondo, colombiano: presenza dello Stato ridotta, il mercato al centro, austerità, guerra culturale alla sinistra e una politica estera strettamente intrecciata con Washington e Israele. Cambia il Paese e la storia, ma il modo di stare sulla scena presenta sorprendenti somiglianze.
In Argentina, però, dietro il ruggito del Leone cominciano a vedersi le crepe. Una delle battaglie più significative si è combattuta attorno alle questioni che riguardano le terre. Il governo Milei aveva proposto di allentare i limiti all’acquisto di terreni rurali da parte di stranieri. Il progetto è arrivato in Parlamento accompagnato da manifestazioni di sindacati, organizzazioni sociali e opposizione, con uno slogan semplice: «La patria non si vende». Alla fine, i capitoli più controversi sulla proprietà straniera dei terreni sono stati ritirati.
È una questione meno spettacolare di quelle che ricevono le grandi dichiarazioni presidenziali. Perché in questo caso la sovranità non è una parola pronunciata davanti alle telecamere: ma riguarda chi possiede la terra, l’acqua, le foreste, le risorse e decide che cosa farne.
Le Malvinas tornano a occupare il centro della scena!?.
Milei, che aveva costruito una parte della propria politica internazionale sulla vicinanza a Donald Trump e sulla sintonia con Israele, ha improvvisamente rilanciato la rivendicazione argentina sulle isole. Non soltanto con le bandiere e le parole sulla «causa sacra», che hanno avuto come palcoscenico il Campionato Mondiale di calcio, ma con una battaglia che ha un valore molto concreto: il petrolio.
A nord dell’arcipelago delle Falkland/Malvinas si trova il giacimento offshore Sea Lion, uno dei progetti energetici più importanti dell’area. La struttura societaria che gestiste la concessione rende la vicenda particolarmente significativa: il 65% è nelle mani della israeliana Navitas Petroleum, mentre il restante 35% appartiene alla britannica Rockhopper Exploration. Il giacimento, scoperto nel 2010, è diventato uno dei principali progetti petroliferi delle Falkland/Malvinas. Contro le società coinvolte sono state presentate anche denunce in Argentina e una nuova offensiva diplomatica di Buenos Aires contro lo sfruttamento delle risorse delle isole.
Il paradosso è quasi cinematografico: il presidente argentino, tra i più espliciti sostenitori di Israele, si trova a contestare un progetto petrolifero controllato in maggioranza da una società israeliana. La bandiera argentina sventola dunque sopra una contesa che passa anche attraverso pozzi, concessioni, azionisti e miliardi di dollari.
E mentre il Leone torna a ruggire sulle Malvinas, la Tigre costruisce il proprio racconto in Colombia.
De la Espriella ha inaugurato il suo mandato promettendo austerità, riduzione dello Stato, rilancio di petrolio e gas e una politica di sicurezza molto più strettamente coordinata con gli Stati Uniti. Pochi giorni dopo l’insediamento, la Colombia è entrata nella coalizione militare statunitense contro i cartelli del crimine. Washington ha accolto con favore il nuovo corso colombiano, mentre il segretario alla difesa Hegseth ha parlato di una collaborazione più stretta contro i gruppi armati.
Ma la Tigre è arrivata alla Casa de Nariño in un Paese tutt’altro che pacificato.
La sua vittoria è stata di stretta misura e la campagna elettorale aveva lasciato dietro di sé una Colombia profondamente divisa e polarizzata. Nelle settimane precedenti al voto erano circolati anche timori di proteste e di una nuova stagione di mobilitazioni nel caso di una vittoria della destra. La stessa transizione da Gustavo Petro al nuovo presidente si è consumata in un clima di forte tensione, con accuse reciproche, rottura del passaggio di consegne e un’opposizione pronta a contestare il nuovo governo nelle strade.
Questo ha reso ancora più significativo il modo in cui De la Espriella ha scelto di presentarsi: ordine, autorità, sicurezza e una presenza permanente sui social. Anche nei primi mesi dopo le elezioni, mentre la sua immagine personale veniva sondaggiata favorevolmente non sono mancati nuovi conflitti. Ad inizio settembre, per esempio, le tensioni con il movimento studentesco hanno portato all’adozione di un nuovo protocollo nazionale che prevede l’ingresso della polizia nelle università pubbliche durante situazioni di grave turbamento dell’ordine pubblico.
Il 10 agosto arriva il terremoto.
Tre giorni dopo l’insediamento di El Tigre, un sisma di magnitudo 7,4 devasta vaste zone del Paese. Le immagini più impressionanti sono quelle dei cittadini che scavano con le mani tra le macerie. A Cali, mentre mancano strumenti e risorse, la popolazione raccoglie strumenti per scavare tra le macerie, generatori, acqua e cibo. Il soccorso nasce dal basso, del tutto spontaneamente.
La risposta istituzionale racconta invece un’altra scena. Il governo accetta l’assistenza di Stati Uniti, Israele, Ecuador ed El Salvador, mentre non autorizza l’ingresso di alcune squadre offerte da altri Paesi. Poi arrivano i militari israeliani e, con loro, le telecamere. Il capitano Roni Kaplan compare tra le macerie con la divisa impeccabile mentre racconta il lavoro della delegazione israeliana.
Intanto alcuni giovani volontari locali denunciano intimidazioni della polizia per aver portato bandiere palestinesi. E in mezzo a questa tragedia il presidente distribuisce palloni con il simbolo del proprio partito nelle zone colpite del Chocó.

È una fotografia che dice molto del nuovo linguaggio del potere: da una parte le macerie, dall’altra il logo. Da una parte chi scava, dall’altra chi costruisce l’immagine di chi governa.
In Argentina, intanto, il conflitto sociale sta producendo anche una conseguenza politica inattesa. Alle prossime elezioni del 2027 si affaccia con una maggiore popolarità Myriam Bregman, storica dirigente della sinistra e figura molto presente nelle mobilitazioni sindacali e sociali contro il governo Milei, leader del Frente de Izquierda y de los Trabajadores-Unidad (FIT-U). Alcuni sondaggi già hanno registrato una crescita della sua visibilità pubblica, anche se le rilevazioni sull’intenzione di voto continuano a collocarla dietro Milei e Axel Kicillof. Un sondaggio nazionale di settembre, per esempio, attribuiva a Milei il 38,5% e a Kicillof il 24% in una ipotetica prima tornata, mentre Bregman era al 10,4%.
Il dato interessante, più che la fotografia elettorale del momento, è un altro: una figura che nel 2023 aveva raccolto appena il 3% dei voti presidenziali è tornata a occupare uno spazio politico più visibile proprio mentre le proteste contro l’austerità, la proprietà della terra e le politiche del governo hanno conquistato le strade. La politica istituzionale, in questo caso, sembra inseguire qualcosa che è nato prima fuori dal Parlamento.
È forse questo il punto in cui Leone e Tigre si assomigliano di più. Non soltanto nelle politiche economiche o nelle alleanze internazionali, ma nella capacità di trasformare ogni conflitto in un palcoscenico da dove raccontare la propria idea di società. La protesta diventa una minaccia della sinistra. La migrazione diventa un problema di ordine pubblico. La terra diventa una merce da liberare dai vincoli. Le Malvinas diventano una causa nazionale. Il terremoto diventa un’occasione per mostrare il presidente.
Ma sotto la superficie dello spettacolo rimane qualcosa che la comunicazione politica fatica a cancellare: le persone che protestano contro la vendita della terra, quelle che scavano tra le macerie, i sindacati e le organizzazioni sociali che riempiono le strade.
Ed è proprio qui che, nella tradizione dei movimenti sociali e della sinistra di base, si trova la risposta alla politica ridotta a spettacolo: non aspettare che siano le istituzioni a concedere ciò che le persone reclamano, ma costruire dal basso la forza collettiva capace di conquistarlo.
Perché la terra, il lavoro, la casa, i servizi pubblici, la salute, l’istruzione e l’ambiente non sono soltanto voci di bilancio o merci da mettere sul mercato. Sono condizioni materiali della libertà e della dignità.
Questa è la lezione che attraversa le piazze argentine e colombiane: ogni conquista sociale è stata anche una conquista collettiva, strappata attraverso l’organizzazione, lo sciopero, la solidarietà e la mobilitazione di chi normalmente viene lasciato ai margini. E quando il potere prova a trasformare la democrazia in una faccenda di leader, algoritmi, bandiere e telecamere, torna inevitabilmente la domanda più semplice: chi decide?
Il Leone e la Tigre possono occupare il centro della scena. Ma la democrazia, per chi sta fuori da quella scena, non è assistere allo spettacolo.
È poter decidere della propria vita.
E per la tradizione dei movimenti sociali, è proprio nella mobilitazione collettiva — nelle strade, nei luoghi di lavoro, nelle comunità, nelle università e nei territori — che quella possibilità prende forma concreta: conquistare diritti, difendere la dignità, allargare la libertà e impedire che ciò che appartiene a tutti venga trasformato nell’affare di pochi.