Messico – La caccia contro i Vikingos di San Andrés: la banda perseguitata dalla “Guerra Sporca”

9 Maggio 2025

Traduzione a cura di Teresa Riva – Articolo di Ricardo Balderas comparso su “Milenio” il 13 aprile 2025.

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Nei vecchi registri polizieschi ritroviamo tre scene che risultano essere intrecciate sotto la stessa denominazione: Vikingos.

Negli anni Settanta questa espressione veniva utilizzata per fare riferimento a tutte quelle persone – giovani soprattutto – che non si conformavano agli standard estetici e di comportamento, e quindi ritenuti trasandati, aggressivi, indisciplinati, da alcuni – come i poliziotti – considerati niente altro che membri di una banda.

Sebbene questi non furono gli unici motivi per i quali si adoperò questa definizione, in Guadalajara si utilizzò per fare riferimento a una banda proveniente dalla periferia che crebbe e si rafforzò così tanto, che finì per ereditare il soprannome dai movimenti insurrezionali di Oaxaca, Coahuila e Guerrero. Questa è una parte della storia dei Vikingos di San Andrés.

Era il 2 dicembre del 1972 quando, secondo quanto riportato negli archivi della Direzione Federale della Sicurezza (DFS), un gruppo di giovani armati fece irruzione in una delle stazioni di polizia di San PedroCoahuila, uccidendo un paio di poliziotti. Non è chiaro il motivo dello scontro, ma le sue conseguenze furono lampanti: il Governo Messicano lanciò un’operazione clandestina in tutto il Paese con l’obiettivo di arrestare – vivi o morti – i membri del gruppo di insorti che sfidò la polizia. I ricercati presi di mira furono qualificati come “Vikingos”.

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Quasi un anno dopo, il 18 settembre del 1973, a Durango, un altro evento scosse la polizia. Álvaro Flores Alvarado, un giovane studente fu arrestato per presunta affiliazione alla stessa banda. L’episodio è riportato nell’archivio 100-6-1-73 fascicolo 22 della polizia segreta – la DFS – che venne costituita dal governo con l’obiettivo di intimidire i suoi dissidenti politici. Nelle più di 300 pagine che compongono il dossier, i gendarmi, i poliziotti o le spie incaricate raccontavano una persecuzione durata quasi 11 anni per essersi opposti al governo.

Infine, la Mustang rossa. La terza storia si svolge nel Municipio di Acapulco, in Guerrero, ma termina in Jalisco. I gendarmi raccontano il momento in cui Ana Virginia Hernández, figlia di un ingegnere benestante, accompagnata dalle sue guardie del corpo in alcuni giorni di vacanza, fu vittima di un furto di auto, la sua sportiva rossa.

In quello che al tempo era il cuore turistico del Guerrero, il 23 gennaio del 1974, rubarono alla giovane una Mustang Mach 73. Secondo il rapporto fatto dai poliziotti alla DFS, i Vikingos avrebbero usato l’auto di lusso nell’assalto a Wilfrido Castro, all’epoca capo della polizia giudiziaria di Acapulco, in cui fu ucciso un membro della polizia giudiziaria. Il comandante Castro sopravvissuo affermò che a bordo dell’auto c’erano “vikingos” che appartenevano alla Lega Comunista 23 de Septiembre (LC23S), una organizzazione di base e rifornita dai membri dei Vikingos di San Andrés.

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Sebbene l’accusatore non presentò prove relative ai fatti, la sua segnalazione fu sufficiente per dare inizio ad una caccia. Da quel momento i Vikingos entrarono nel mirino della DFS.

A denunciare il furto della Mustang rossa fu Francisco Hernández Macedo, un uomo d’affari originario di Cuautla, Morelos, ma con attività di costruzioni a Jalisco e che dovette recarsi al Quartier Generale della polizia di Guadalajara per sporgere denuncia perché, secondo i testimoni della DFS, le persone coinvolte nel furto vivevano ed erano organizzate in quella città.

In una lettera indirizzata al procuratore di Guadalajara, Hernández Macedo raccontò ciò che era accaduto alla figlia e aggiunse che chi avesse aiutato ad individuare i colpevoli avrebbe ricevuto una consistente ricompensa di cinquemila vecchi pesos.

La macchina è americana. Ha le seguenti caratteristiche che la rendono diversa da quelle assemblate in Messico. Una Mustang Mach 1 del 1973, targa del Distretto Federale 52BCR72-73. Quattro pannelli anteriori orizzontali, grossi pneumatici Good Year, vetri oscurati blu-verde, ruote in magnesio, schienali alti, motore 1F 195572 e paraurti anteriore in gomma. Chiunque fornisca informazioni che portino alla sua localizzazione sarà ricompensato con 5.000,00 dollari. Confidando nella fortuna, vi porgo i miei più sentiti ringraziamenti”.

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Inutile dire che i poliziotti non hanno mai trovato la Mustang rossa. O almeno, non ne fecero più riferimento nell’enorme fascicolo. Le pagine successive parlano, invece, di un complesso apparato armato che conteneva i nomi di almeno 76 persone identificate come membri di gruppi sovversivi, che la polizia descriveva come “membri di bande, comunisti, membri della LC23S o dei Vikingos”. La realtà, fortunatamente, è più complessa di determinati aggettivi e a volte si muove in più direzioni. Questo è il caso.

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La giornalista Dawn Marie Paley, l’accademico Rubén Martín e l’avvocato José Enrique Velázquez hanno un’attenzione comune verso questa guerriglia (anche se la chiamano in modo diverso), per interesse, militanza o appartenenza, ma in fin dei conti si tratta della stessa.

Sia che si tratti di indagare sulle origini della LC23S, di difendere legalmente i Vikingos di San Andrés o di sostenere la Federazione degli Studenti Rivoluzionari (FER), questi tre personaggi condividono la stessa conclusione. La rivoluzione era molto di più che una fobia per i movimenti di sinistra negli anni 70.

I Vikingos di San Andrés erano, prima di tutto, un gruppo di giovani che indossavano pantaloni a zampa d’elefante e camicie a torso nudo, mossi da un grande senso di identità di quartiere – utilizzavano il nome del quartiere in cui si riunivano – che si organizzavano attorno alla vita studentesca dell’Università di Guadalajara (UDG) – fondata da José Guadalupe Zuno, che consisteva in divertimenti, pugilato e feste. Giovani di Guadalajara che, quando si trattava di scontro, “erano un quartiere difficile”.

Uno dei motivi per cui venivano considerati un gruppo incline allo scontro deriva da una disputa sulle posizioni in quello che oggi conosciamo come Consiglio generale dell’Università.

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I Vikingos erano anche un gruppo politico e armato che si diffuse in altri quartieri di Guadalajara, come Santa Tere e Chapalita. Più tardi, nel resto del Paese. Per Ruben Martín, la loro apparizione significò una delle prime rivoluzioni culturali, il primo tentativo della gioventù di Guadalajara di rimuovere l’idea dello studente conforme al regime. L’accademico e coautore del libro “Memoria guerrillera, represión y contrainsurgencia a Jalisco”, spiega che dopo la comparsa di questi gruppi dissidenti, l’idea di gioventù cambiò.

A differenza di altre città segnate dal movimento del 1968, la rivalità tra Los Vikingos de San Andrés e l’allora Federazione Studentesca di Guadalajara è stata trattata in letteratura, saggi, articoli di giornale, serie televisive e programmi polizieschi. Di fronte a vari episodi di repressione, i giovani si organizzarono fino a unire le schiere dei Vikingos ad altre organizzazioni con sfumature politiche, come la LC23S o la FER.

E coloro che li perseguitavano erano sempre gli stessi: le autorità. I criminali che dicevano di perseguire erano in realtà civili accusati ingiustamente.

La giornalista Dawn Marie Paley, autrice del libro “Guerra Neoliberal” spiega: “La trasformazione economica delle città è fondamentale per comprendere la violenza di oggi”

Ci sono dati che suggeriscono che la persecuzione dei gruppi guerriglieri, comunisti o di sinistra sia stata un’operazione per aprire spazi alle grandi industrie in territori in cui la popolazione si stava organizzando per difendersi.

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La disputa ebbe inizio per la partecipazione politica. Sebbene non si conosca con certezza il motivo per cui gli studenti dell’UDG non appoggiarono il movimento del ’68, scaturito da quello che oggi è noto come il massacro di Tlatelolco, le pagine degli archivi dei Vikingos de San Andrés e le voci dei sopravvissuti al periodo di repressione ci offrono alcuni indizi.

Due anni dopo Tlatelolco, le elezioni portarono alla vittoria Luis Echeverría, che era stato Ministro degli Interni durante l’amministrazione che aveva compiuto il massacro nella Plaza de le Tre Culture. Questo è un dato rilevante, dato che Echeverría aveva sposato María Esther Zuno Arce, figlia del fondatore dell’UDG, José Guadalupe Zuno, che fu rapito da una fazione dei Vikingos il 28 agosto 1974 in mezzo alla strada.

Dopo la tragedia, la coppia fu anche vittima di spionaggio proprio da parte del governo Echeverría. Alla pagina 153 del fascicolo in possesso di DOMINGA, gli agenti di polizia assegnati al DFS ammettono di aver intercettato le comunicazioni della First lady, accedendo così alla vita privata dalla sua corrispondenza. Le lettere in questione attestano le comunicazioni che María Esther aveva con l’uomo d’affari Francisco Hernández Macedo – il proprietario della Mustang rossa – un ex laureato dell’UDG che aveva lavorato per l’architetto Luis Barragán.

Malgrado il contenuto delle lettere sia stato rimosso dal fascicolo, la sua semplice comparsa dimostra che il governo di Echeverría non diede fine allo spionaggio, nemmeno in casa sua. Tuttavia, 45 pagine dopo, a pagina 198, compare un frammento della corrispondenza tra la First lady e l’ingegnere Hernández Macedo. Il motivo di questa lettera era quello di chiedere supporto e informazioni sulle persone che avevano rubato l’auto sportiva e accusava che gli artefici del rapimento del padre fossero appartenenti ai Vikingos e agli LC23S, le stesse persone che avevano rubato la Mustang quella notte ad Acapulco.

 “Attraverso la stampa ho appreso del vergognoso rapimento del suo stimato padre, Lic. Zuno. Il giornale Novedades ha dichiarato che i rapitori appartenevano a un ramo della Lega 23 de Septiembre (sic). Il 23 gennaio, ad Acapulco, a mia figlia Ana Virginia Hernández è stata rubata la sua auto. Era una turista perché vive a Londra. Mi sono permesso di allegare cinque lettere con una fotografia dell’auto e la sua descrizione”.

L’ingegnere assicurava che se avessero trovato l’auto di sua figlia, rubata sette mesi prima, avrebbero forse rintracciato il Lic. Zuno. Il rilascio del fondatore dell’UDG avvenne pochi giorni dopo la stesura della lettera.

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I Vikingos erano una banda. Così dice El Pantera, lo pseudonimo di un ex agente Olimpia sopravvissuto agli scontri del 2 ottobre 1968 e responsabile del DFS a Guadalajara. Il militare riconosce al telefono alcuni dei nomi presenti nelle liste riportate dai suoi colleghi, dicendo che si trattava di membri dei Vikingos e della LC23S che erano stati arrestati o uccisi.

Secondo El Pantera, i Vikingos erano una banda con sede nel quartiere di San Andrés, nel sud-est di Guadalajara. Essi avevano, a suo dire, anche alcuni militanti all’interno della polizia municipale. Sia perché ricevevano favori dai Vikingos, come denaro e protezione, sia per convinzione verso le loro cause, la realtà è che i Vikingos erano una delle priorità della polizia segreta di Jalisco. Come racconta l’autore, i Vikingos si dedicavano a gare automobilistiche clandestine, erano soliti rapinare grandi imprese e uffici governativi per sostenere la loro causa. E questo sarebbe stato uno dei motivi per cui alcuni poliziotti li etichettarono come criminali.

“C’è un tunnel lì a San Andrés che può raccontare più di quanto abbia detto io. Quando i vikingos El Tenebras e El Guaymas, Enrique Peréz Mora e Mario Cartagena López scapparono [nel 1976 dal carcere di Oblatos], si nascosero lì. Gli altri mi dissero: “Güey, tu eri nei ‘los rurales’” [una polizia locale che forniva supporto agli scontri a Guadalajara]. El Pantera si riferisce a una prigione locale adattata e specializzata nella detenzione di membri della guerriglia.

Lì, nel carcere di Oblatos, morirono un sergente, tre ufficiali e l’autista. “Ero uno di quelli che intervennero [a seguito di un allarme di fuga] su ordine del colonnello Miguel Dueñas Orozco, capo della polizia rurale. Conosco perfettamente il penitenziario”, dice El Pantera, riferendosi al secondo arresto in cui riuscirono a catturare il vichingo Pérez Mora, noto come El Tenebras.

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Una volta entrato nella prigione, si trovò di fronte a una scena. Su una scala che porta alla stanza delle guardie c’erano quattro torri di guardia, chi era di guardia era un tenente di nome Esteban González. “Era un mio amico, un tipo basso […]. Sono entrato e ho trovato il poliziotto morto. Stavo svolgendo un servizio nella mia veste di vice comandante, quindi siamo andati lungo il sentiero da cui erano scappati e abbiamo trovato un buco con una pistola dentro.” Secondo lui, gli stessi detenuti hanno indicato dove si trovava l’arma usata per uccidere il poliziotto e gliela hanno consegnata.

Un altro ricordo de el Pantera, forse il più memorabile ed elemento chiave per questa storia, è quello del rilascio del fondatore dell’UDG, José Guadalupe Zuno: “Toccò a me partecipare al rilascio […], lo localizzammo sulla strada di Pedro Moreno, che camminava da solo”.

La conclusione sul perché i Vikingos abbiano lasciato libero José Guadalupe Zuno è a dir poco intrigante. El Pantera sostiene che il rilascio sia dovuto al fatto che suo figlio, Rubén Zuno Arce, fratello della First lady, trafficava marijuana da Guadalajara al comune di Mascota. In altre parole, venne lasciato libero perché il figlio aveva legami criminali più potenti degli stessi Vikingos di San Andrés.

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Non sa se si trattasse di minacce o di complicità. “L’ho incontrato [Zuno padre] mentre camminava da solo per la strada di Pedro Moreno. Era sotto shock e guardava intorno a sé, stava uscendo dal Palazzo del Governo per andare verso la Glorieta del Charro, dove all’epoca c’erano le caserme dei “rurales”. Eravamo in un furgone civile, un camper con quattro elementi nella parte posteriore in un furgone chiamato Lolita […]. Quando mi sono avvicinato, voleva scappare, ho tirato fuori le mie credenziali e gli ho spiegato che stavo facendo il mio lavoro, da lì lo abbiamo portato al quartier generale e poi al Palazzo dove i parenti sono venuti a prenderlo”.

El Pantera apprese che era stato rilasciato, ma non sa esattamente perché. Ipotizza: “In realtà ci fu lo zampino di Rubén Zuno nell’assassinio degli agenti federali. Quando ero nella DFS sapevamo che lo tenevano d’occhio, Rubén se ne accorse e mandò i suoi uomini ad assassinarli. Anni dopo, accompagnai un fratello del mio padrino, Antonio Garate, a fare un servizio al comune di Mascota, si trattava di un sacco di semi di marijuana del ranch di Rubén Zuno Arce; penso che avrebbe potuto minacciare i rapitori”.

Ad oggi nessuno conosce la verità. Il ricordo di amici scomparsi e torturati offusca l’evidenza di ciò che accadde in quegli anni in cui essere clandestini poteva fare la differenza tra vivere o morire per mano dell’esercito. Forse, di notte, alcune di quelle anime clandestine vagano ancora, sempre con i loro striscioni, contro l’autoritarismo dello Stato e, si spera, continuino a lavorare per diritti che non sono stati conquistati. El Pantera pensa che può essere così.

Testo originario https://www.milenio.com/policia/vikingos-san-andres-pandilla-perseguida-guerra-sucia.

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