“L’ideologia non dà da mangiare”: l’onda lunga delle destre e le ferite aperte della sinistra istituzionale in America Latina

24 Novembre 2025

Per vent’anni la marea rosa ha ridisegnato la politica latinoamericana promettendo giustizia sociale e uguaglianza. Ma oggi quell’orizzonte si è incrinato. Dalla motosega di Milei al riallineamento boliviano con il trumpismo, le destre riconquistano spazio grazie a una miscela di strategia, narrazioni identitarie e soprattutto gli errori di una sinistra istituzionale che spesso ha governato più come amministratrice del possibile che come agente di trasformazione.
In questo quadro, la sinistra di movimento resta un’altra cosa: un campo di lotte che non coincide con i governi progressisti e che oggi osserva, ferita ma vigile, l’ennesimo giro della ruota continentale.
All’indomani delle elezioni in Cile che hanno visto la candidata comunista vincere di pochissimo sul suo avversario, nostalgico senza vergogna del regime militare di Pinochet, ma comunque andare al ballottaggio che si terrà il prossimo 14 dicembre, ma ancor più dopo quanto successo in Bolivia, il quadro del continente sudamericano, ancora una volta, rende più evidenti e chiare le tendenze che avvengono, in maniera quasi univoca, nei sistemi politici a prescindere dalle latitudini. Proviamo a dare, per sommi capi, alcuni punti su cui riflettere a partire dalle esperienze che si sono consumate e che continuano a governare il continente.

“L’ideologia non riempie lo stomaco”. Una frase consumata, tornata in circolazione come un interruttore per spegnere qualsiasi discussione politica. L’ha appena usata anche Rodrigo Paz Pereira, il nuovo presidente della Bolivia, per inaugurare il suo mandato e marcare un ritorno a destra.
Vale la pena dirlo subito, per evitare equivoci: quando in questo contributo parliamo di “sinistra”, non parliamo delle sinistre sociali, dei movimenti popolari, delle comunità indigene, dei sindacati autonomi, del femminismo radicale o dell’autonomia organizzata.
Parliamo invece dei governi progressisti che negli ultimi vent’anni hanno occupato lo spazio della sinistra istituzionale, promettendo trasformazioni strutturali e finendo invece per riprodurre molte delle logiche del potere tradizionale.

Un ciclo che si chiude: il progressismo al capolinea

La Bolivia era uno dei pilastri della marea rosa iniziata nel XXI secolo. Quasi vent’anni di governi progressisti, interrotti solo dal golpe del 2019.
Quel ciclo ora è finito. E il nuovo orientamento non nasce nel vuoto: nasce sulle rovine di un progressismo che, più che essere sconfitto dalla destra, è stato logorato dai suoi stessi limiti.

È qui che la sinistra di movimento vede la frattura: non tra sinistra e destra, ma tra popolo organizzato e progressismo di Stato. Una distinzione che spesso si finge di non vedere.

Il ritorno delle destre non è un miracolo ma una strategia

Javier Milei ha preso la presidenza argentina con una motosega in mano, simbolo viscerale di rottura. Due anni dopo, contro ogni previsione, continua a vincere. Non perché il suo governo abbia migliorato la vita delle persone – anzi, gli indicatori economici e sociale dicono il contrario – ma perché il campo progressista istituzionale non ha chiarito il proprio fallimento.

La destra latinoamericana ha capito ciò che le sinistre al governo non hanno compreso e che è diventato il marchio di fabbrica di tutte le destre nel mondo: dagli Stati Uniti all’Europa fino al Giappone e alla Corea del Sud. Pochi ingredienti ma estremamente efficaci per la miscela della neo destra internazionale: individuare un nemico in maniera chiara, parlare con una narrativa semplice, intercettare la paura ma anche la rabbia del corpo sociale.

E mentre le destre si riorganizzano, ai governi progressisti riesce solo riprodurre i loro stessi errori.

La sofferenza quotidiana non basta a fermare Milei

In Argentina la situazione è surreale: la gente soffre, ma sostiene Milei. Paura, ricatto simbolico, narrazione del sacrificio: “O voti per me, o arriva il collasso”. E la sinistra istituzionale non riesce a risponde se non ripresentandosi con gli stessi volti, le stesse formule, la stessa distanza dalle classi popolari.

Si afferma sempre più una consapevolezza negli ambienti della sinistra di movimento è cioè che le ferite più profonde sono provocate dai sogni traditi dal progressismo.

Sono ancora vivi nella memoria degli argentini gli scandali come la festa di Olivos – la residenza presidenziale – che in pieno lockdown per la pandemia di Covid 19, vide Alberto Fernández riunire il jet set a lui vicino, mentre le famiglie argentine si proteggevano in casa dopo un rigido confinamento che il presidente chiedeva quotidianamente sui media nazionali. Oppure la corruzione endemica del peronismo culminate con le vicende giudiziarie di Cristina Fernández de Kirchner che attualmente sconta in carcere una condanna a sei anni per corruzione. O quoditianamente il modo con cui si manifestava indulgenza e accondiscendenza verso gli apparati burocratici, considerati una vera e propria casta. Tutto ciò non solo ha indebolito il progressismo ma lo rendono irriconoscibile a chi dovrebbe rappresentare.

Quando il progressismo smette di parlare e praticare la giustizia sociale e ricade nei privilegi del potere, la deriva antipolitica diventa inevitabile.

L’antipolitica: non nasce contro la sinistra, ma contro la sua versione istituzionale

Sarebbe troppo facile dire “la sinistra ha deluso”. La realtà è più precisa ma anche più complessa da affrontare: hanno deluso i governi che si sono presentati come sinistra, ma che non hanno governato come tale.

Gli scandali che hanno colpito Evo Morales o Alberto Fernández hanno avuto un impatto devastante perché non venivano dalla destra: venivano da chi prometteva di cambiare il mondo. È in queste crepe che l’estrema destra si è infilata. Come osserva Juan Luis González, biografo critico di Milei: “L’antipolitica cresce quando i governanti progressisti tradiscono la fiducia popolare. Milei non crea quel sentimento: lo nomina, lo organizza e lo usa.”

I movimenti non coincidono con i governi

La sinistra sociale non può essere confusa con le esperienze progressiste al potere. E tuttavia, quando i governi di sinistra tradiscono, la destra si appropria del malcontento lasciando ai movimenti un campo devastato, dove la ricostruzione di un tessuto di lotta e organizzazione diventa sempre più difficile. In tutta la regione, la dinamica che si è vista è sempre la stessa: i movimenti sociali si organizzano e lottano; le sinistre istituzionali si limitano ad amministrare lo stato di cose presenti e la destra capitalizza gli errori altrui.

Trump, MAGA e la nuova destra latinoamericana

Il ritorno delle destre non è un fenomeno spontaneo: è sicuramente coordinato e sostenuto dagli Stati Uniti e dal blocco trumpista in particolare. Milei in Argentina e Paz in Bolivia sono due tasselli fondamentali di un progetto continentale che mira a riposizionare Washington come regista ideologico della regione. La destra latinoamericana non è sola ma è finanziata, organizzata e legittimata dalle cento teste dell’idra capitalista.

La mappa si muove e non è detto che le sinistre tornino davvero

La geografia politica del continente è instabile. A oggi, il fragile vantaggio numerico delle sinistre istituzionali (10 a 9) non dice nulla sulla loro capacità di trasformazione. La verità più evidente è che una sinistra che governa come la destra prepara la vittoria della destra autentica. E tale considerazione vale dappertutto. È la vecchia regola che vige nel corpo popolare delle società: “Se la sinistra favorisce i potenti, tanto vale votare gli originali.”

Le onde tornano, ma mai identiche

Dopo l’ondata di governi progressisti ora è l’ora della marea nera, le destre avanzano. Le sinistre di governo arretrano sotto i colpi che arrivano mentre i movimenti sociali che resistono non trovano traduzione istituzionale. Quindi di fronte alla domanda se la sinistra tornerà si corre il rischio di dare una risposta non adeguata alla storia fin qui vista. Forse la domanda deve essere formulata in maniera diversa: non se la sinistra tornerà ma quale sinistra dovrebbe tornare?
Quella vista finora che ha governato con pragmatismo neoliberale? O quella che nasce dalle lotte reali e che ha pagato sulla propria pelle gli errori dei governi progressisti?

Gli ultimi mesi del 2025, con le elezioni in Cile, ridisegneranno gli equilibri numerici tra destra e sinistra ma una cosa è certa: senza un’autocritica radicale della sinistra istituzionale, la destra continuerà a vincere con le armi che il progressismo stesso le ha fornito.

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