Il testo che segue è il frutto di un lavoro effettuato da Michela Di Vaio e Leonardo Comparone, nell’ambito del periodo di tirocinio effettuato presso il nostro Centro. Lo scopo del lavoro era di ricostruire, in maniera sintetica, le motivazioni sociali, economiche e culturali del fenomeno dei femminicidi a partire dal Messico, cioè dal luogo che più di tutti ha rappresentato a livello internazionale il fenomeno visto che proprio qui si sono scoperte decine di fosse comuni e centinaia di donne sono scomparse.

In Messico, la violenza contro le donne non è un fenomeno recente né isolato. Affonda le sue radici in un intreccio di disuguaglianze economiche, impunità istituzionale e modelli culturali patriarcali, aggravati dall’espansione del neoliberismo e dalla crisi del tessuto sociale.
Il modo in cui il Paese registra le morti violente delle donne è cambiato nel tempo. Sebbene il concetto di femminicidio sia stato introdotto nel 2007 con la Ley General de Acceso de las Mujeres a una Vida Libre de Violencia, fino al 2012 non esisteva nei codici penali locali una tipizzazione specifica del reato. Il Codice Penale Federale definisce oggi il femminicidio come l’uccisione di una donna per motivi di genere.
I primi casi di uccisioni e sparizioni di ragazze e giovani donne a Ciudad Juárez risalgono ai primi anni Novanta, con il 1993 comunemente riconosciuto come anno d’inizio. Questi delitti attirarono rapidamente l’attenzione internazionale per la loro frequenza, l’efferatezza, le violenze sessuali associate e, soprattutto, per l’inerzia delle autorità e l’elevato livello di impunità. Le indagini e i rapporti di ONG come Amnesty International e la WOLA (Washington Office on Latin America) documentarono centinaia di vittime in quel periodo.
Le atrocità di Juárez misero la città sotto i riflettori. Negli anni Novanta, migliaia di persone provenienti da altre regioni del Messico si trasferirono nella zona di frontiera, attratte dalle opportunità di lavoro e dalla speranza di attraversare il confine verso il “sogno americano”. La principale forza lavoro delle maquiladoras, le fabbriche transfrontaliere di assemblaggio per il mercato statunitense, era composta in gran parte da donne: migranti, povere, spesso senza reti familiari, costrette a lunghi e rischiosi tragitti per raggiungere i luoghi di lavoro.
“È un sistema che si sostiene riproducendo donne usa e getta”, scrive la ricercatrice Julia Monárrez nel suo saggio Trama de una injusticia: feminicidio sexual sistémico en Ciudad Juárez. Donne facilmente sostituibili, di cui nessuno avrebbe dato l’allarme in caso di scomparsa.
A Ciudad Juárez, la prevenzione e l’assistenza alle vittime non sono mai state garantite dalle istituzioni pubbliche, ma da organizzazioni civili come Casa Amiga e Red Mesa de Mujeres, che cominciarono a registrare i femminicidi fin dal 1993. Le loro battaglie portarono nel 1998 alla creazione della Procura Specializzata per i Reati di Genere dello Stato di Chihuahua, nel 2007 – dopo il celebre caso del Campo Algodonero – alla tipizzazione del reato di femminicidio, e nel 2012 all’apertura del primo Centro di Giustizia per le Donne in Messico.
Nonostante questi importanti traguardi, il riconoscimento formale non si tradusse in una reale trasformazione delle strutture di sicurezza e di giustizia. Con l’inizio della militarizzazione della lotta al narcotraffico nel 2008, si aprì un nuovo capitolo: la violenza generalizzata esplose in molte regioni, colpendo duramente le donne. I femminicidi aumentarono, assumendo forme sempre più diversificate – dall’omicidio domestico alla sparizione legata al crimine organizzato, fino alla tratta e allo sfruttamento sessuale – ed emersero nuovi centri che, dal Nord si estesero al Centro e al Sud, fecero di tutto il paese un enorme territorio di violenza sulle donne.
Nel 2012, l’inserimento del reato di femminicidio nel Codice Penale Federale consentì una raccolta dati più precisa e un miglior coordinamento normativo tra gli stati federati. Tuttavia, anche in questo caso, la risposta legislativa rimase in gran parte simbolica: la distanza tra la legge e la sua applicazione continuò a essere profonda. Gli anni tra il 2013 e il 2019 furono segnati da un aumento costante delle denunce, da una crescente visibilità mediatica e dalle prime grandi mobilitazioni femministe nazionali, culminate nel movimento Ni Una Menos. Parallelamente, la società civile elaborò nuove categorie analitiche – come quella di violenza strutturale – per descrivere un fenomeno radicato nelle disuguaglianze economiche, nell’impunità giudiziaria e nel patriarcato sociale.
Nel 2025, in Messico sono stati registrati ufficialmente 440 femminicidi tra gennaio e agosto, una media di 1,8 al giorno: un dato spaventoso e in crescita negli ultimi anni, che le associazioni per i diritti delle donne ritengono comunque sottostimato. Secondo queste organizzazioni, le statistiche ufficiali escludono spesso dai femminicidi le uccisioni legate alla tratta di esseri umani o al narcotraffico, mantenendo artificialmente basso il numero reale delle vittime. A questo si aggiunge un elemento strutturale: non di rado gli stessi funzionari incaricati delle indagini sono coinvolti in casi di sparizione o sfruttamento.
Circa un terzo di tutti i femminicidi del Paese si concentra in cinque entità federative – Stato del Messico, Chihuahua, Città del Messico, Morelos e Sinaloa – con dati tuttavia frammentari e di difficile verifica. Tra queste, lo Stato di Chihuahua, in particolare la sua capitale Ciudad Juárez, resta tristemente emblematico per la brutalità e la sistematicità con cui si manifestano femminicidi, sparizioni e altre forme di violenza di genere.
La violenza di Juárez affonda le sue radici nella storia stessa della città, modellata sulle esigenze del vicino statunitense. Già negli anni del Proibizionismo americano, Juárez divenne rifugio di distillerie e case da gioco, trasformandosi in una “Las Vegas messicana”, terreno fertile per attività che gli Stati Uniti consideravano illegali. Questa relazione di dipendenza economica e morale proseguì nel dopoguerra. Negli anni Sessanta e Settanta, con le delocalizzazioni industriali, arrivarono le maquiladoras, fabbriche di assemblaggio di automobili, elettrodomestici e abbigliamento destinate al mercato USA.
Inizialmente, l’espansione di questo modello portò un certo sviluppo: molte famiglie riuscirono ad acquistare una casa o un’automobile e la città investì in infrastrutture. Ma negli anni Ottanta e Novanta, con la piena affermazione della globalizzazione neoliberale e l’entrata in vigore del Trattato di Libero Commercio con gli Stati Uniti (NAFTA), quel fragile progresso si dissolse. Il capitalismo deregolamentato trasformò le maquiladoras in luoghi di sfruttamento intensivo, fondati su manodopera femminile, migrante e facilmente ricattabile. Gli investimenti pubblici si arrestarono, la città divenne un mosaico di enclave insicure e crebbe l’influenza dei cartelli del narcotraffico, spesso con la complicità dello Stato.
Ma che relazione c’è tra tutto questo e la violenza sistemica contro le donne?
Secondo Julia Monárrez, il neoliberismo, per mantenersi, necessita di una società individualizzata e frammentata, in cui la violenza diventa strumento di controllo sociale. La precarietà prodotta dalle maquiladoras priva gli uomini del loro tradizionale ruolo di “capofamiglia” e di principale sostegno economico, minando l’identità patriarcale. In questo contesto, spiega l’antropologa Rita Laura Segato, molti uomini reagiscono con la violenza per ristabilire la propria supremazia, rispondendo al cosiddetto mandato di mascolinità: l’obbligo sociale di esercitare potere e dominio come prova di virilità.
Il femminicidio in Messico, dunque, non è soltanto un crimine individuale: è il sintomo di una struttura economica e culturale che considera la vita delle donne sacrificabile. Combatterlo significa mettere in discussione l’intero ordine sociale che lo rende possibile.
Le madri e le attiviste di Ciudad Juárez hanno gridato “Ni una más”, non una donna in meno. È un grido che attraversa frontiere e lingue, e che oggi deve continuare a risuonare anche in Italia, dove ogni tre giorni una donna viene uccisa da un uomo che diceva di amarla. Parlare dei femminicidi in Messico significa allora riconoscere che la violenza di genere è un linguaggio globale del potere patriarcale, e che solo una trasformazione profonda potrà spezzarlo.