Messico – La caduta di “El Mencho” e lo “stress test” dello Stato

2 Marzo 2026

Il 22 febbraio 2026 non è una data qualsiasi nella storia recente del Messico. A Tapalpa, nello Stato di Jalisco, Nemesio Oseguera Cervantes, noto come El Mencho, è rimasto ferito nel corso di un’operazione militare coordinata che ha visto il coinvolgimento di forze armate, intelligence e apparati di sicurezza federali. Secondo i resoconti ufficiali, il leader è deceduto a causa delle ferite riportate durante il trasporto verso Città del Messico.

Cattura 1
Quindici milioni di dollari – la taglia messa su El Mencho

Fondatore del Cartello di Jalisco Nueva Generación (CJNG), Oseguera Cervantes guidava una delle organizzazioni criminali più potenti e ramificate a livello transnazionale. La risposta del gruppo è stata immediata e capillare: centinaia di blocchi stradali, incendi e la sospensione forzata dei servizi pubblici in vaste aree del territorio nazionale. Ancora una volta, la popolazione civile si è trovata schiacciata tra la pressione del potere statale e quella del potere criminale, subendo gli effetti diretti di una violenza strutturale che lacera il tessuto sociale del Paese.

Sul piano politico, il valore dell’operazione non risiede nel solo successo tattico, ma nel modo in cui essa mette a nudo i conflitti profondi che attraversano la gestione della sicurezza, la sovranità nazionale e, non ultimo, la necessità di accumulazione economica.

Decapitazione, continuità e ambiguità strategica

Una parte della critica interpreta l’operazione come la riproposizione della logica inaugurata vent’anni fa: eliminare i vertici delle organizzazioni senza intervenire sulle condizioni materiali che ne rendono possibile la riproduzione. L’esperienza storica mostra che la frammentazione successiva alle cosiddette “decapitazioni” tende a generare nuove competizioni armate e a moltiplicare la violenza sul territorio.

In parallelo, diversi osservatori suggeriscono che la morte di El Mencho possa aver assolto una funzione politica implicita: neutralizzare un attore la cui eventuale cattura avrebbe potuto svelare legami e complicità interne inconfessabili, preservando così il precario equilibrio tra apparati statuali e articolazioni del potere criminale. Si tratta di un’ipotesi plausibile che, tuttavia, difficilmente troverà mai una conferma nelle sedi ufficiali.

Violenza, capitale e il “fiume di ferro”

Un’analisi profonda impone di spostare lo sguardo oltre l’avvenimento bellico. Dobbiamo chiederci: chi trae vantaggio da una guerra che non finisce mai? Chi accumula ricchezza a ogni ciclo di violenza? La risposta risiede nel cosiddetto “fiume di ferro”: quel flusso ininterrotto di armi prodotte negli Stati Uniti che scorre costantemente verso sud.

L’America Latina concentra circa il 24% degli omicidi mondiali; di questi, quasi il 90% viene commesso con armi di produzione statunitense. Non è un semplice dato statistico: è la prova che la violenza nella regione ha una base materiale precisa, alimentata dalla principale industria bellica del pianeta. Il narcotraffico e il commercio di armi sono business speculari che si nutrono a vicenda. Finché questo flusso scorrerà incontrollato, la violenza tenderà a riemergere, identica a se stessa anche se cambiano i nomi dei protagonisti.

Questa realtà impone un cambio di prospettiva radicale. Bisogna smettere di pensare ai “cartelli” — ovunque nel mondo si manifestino — come entità mitologiche o gruppi isolati dal resto della società. Ciò che esiste sono reti di imprese criminali perfettamente integrate nelle catene del valore globali, con proprie logistiche, canali finanziari e legami profondi con l’economia legale. Sono società criminali che operano all’interno del capitalismo globale, offrendo beni e servizi specifici in un mercato integrato.

La militarizzazione dell’orizzonte politico

In quest’ottica, anche il linguaggio dello Stato smette di essere neutrale. Parlare costantemente di “nemico interno”, “guerra” e “obiettivi prioritari” produce effetti politici precisi: giustifica l’uso della forza coercitiva, rafforza il ruolo politico dei militari e normalizza un’eccezionalità permanente. Se l’omicidio viene narrato come un episodio di guerra, l’intero orizzonte politico si militarizza.

Questo meccanismo finisce inevitabilmente per travolgere ogni forma di opposizione sociale.

Quando il dissenso, le proteste contro le autorità o le resistenze ai progetti che devastano l’ambiente e i territori vengono criminalizzati, la risposta istituzionale diventa la forza. Il risultato è uno stato di emergenza perenne che, col pretesto della sicurezza, erode il diritto fondamentale all’opposizione contro le ingiustizie.

Stato, sovranità e tensioni geopolitiche

Lo scontro a cui assistiamo non oppone uno Stato “puro” a un nemico esterno, ma mette di fronte due forme di violenza organizzata radicate nello stesso spazio economico regionale. In questo scenario, la sovranità nazionale deve fare i conti con la pressione costante che arriva dal Nord: una domanda di droga inesauribile e un mercato delle armi che detta le regole del conflitto.

Le pressioni politiche e securitarie degli Stati Uniti — oggi esasperate da una retorica sempre più aggressiva e interventista — riducono drasticamente i margini di manovra del governo messicano.

Questo spinge verso interventi immediati e spettacolari, utili a placare l’alleato geopolitico ma strutturalmente incapaci di spezzare i legami tra lo Stato e il crimine organizzato.

Qualcosa a mo’ di conclusioni

L’operazione contro El Mencho rappresenta uno spartiacque e, al contempo, un durissimo stress test per le istituzioni. Se da un lato ha confermato la capacità dell’apparato di colpire i vertici criminali, dall’altro ha messo a nudo i limiti strutturali di un sistema che continua a operare dentro reti di interessi politici ed economici intrecciate con il crimine.

Le basi materiali che permettono l’accumulazione di ricchezza illegale restano intatte, mentre la popolazione civile continua a subire gli effetti di una violenza sistemica. L’esito di questo conflitto non dipenderà dalla spettacolarità delle singole azioni né da nuove disposizioni normative. La vera partita si gioca sulla persistenza dei legami tra potere statale e criminale: il futuro dipenderà dalla capacità del corpo sociale di opporre resistenza alla pressione di queste due forze e, infine, di ribaltare lo stato di cose presente.

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