Mentre i portali di lusso vendono il “paradiso incontaminato” a 300 dollari a notte, la Polizia Statale scorta le ruspe a San Pedro Pochutla. Sotto le macerie finisce la vita dell’ottantenne Miguel Sánchez Hernández. Le organizzazioni denunciano: «Pianificazione criminale ai massimi livelli».

COMUNE DI SAN PEDRO POCHUTLA – STATO DI OAXACA – MESSICO (15°40’30” N, 96°13’40” W) – Case ridotte in macerie. Materassi, poltrone e oggetti domestici esposti come resti di una vita interrotta. Il 29 gennaio 2026, la Playa Salchi è diventata l’epicentro di quello che le comunità locali definiscono un “punto critico di violenza strutturale”. L’operazione, condotta dalla Polizia di Stato di Oaxaca in collaborazione con individui identificati come “saccheggiatori”, segna un’escalation brutale nel saccheggio della costa Oaxaqueña, a pochi chilometri dal polo turistico di Huatulco, dal cui aeroporto internazionale dista al massimo una trentina di minuti.
Al centro del conflitto c’è Miguel Sánchez Hernández, 87 anni, che presidia queste terre da oltre sei decenni. La sua resistenza lo ha reso il bersaglio del “Cártel del Despojo”: una rete trasversale di corruzione che coinvolge colletti bianchi e istituzioni, una struttura criminale integrata da élites politiche che opera tramite la manipolazione di registri agricoli e la forza pubblica per trasferire terreni storici alle multinazionali del turismo.
Il volto del paradiso: tra recensioni e speculazione
Sui siti di promozione turistica come TripAdvisor o Expedia, Playa Salchi è descritta come un “angolo di paradiso segreto” con acque color smeraldo. Tuttavia, le recensioni dei turisti rivelano una realtà duale: se da un lato si lodano i tramonti spettacolari, dall’altro si nota il forte contrasto sociale generato dalle lussuose ville e dai Resort e Hotel Boutique che sorgono accanto a comunità prive di servizi base. Con affitti che su piattaforme come Airbnb raggiungono i 284 USD a notte, la pressione immobiliare è diventata insostenibile.
L’assedio post-elettorale e la “nebbia di guerra”
L’attacco non è stato un evento isolato, ma l’epilogo di un assedio iniziato settimane prima. Già a metà gennaio era stata documentata una “nebbia di guerra” sulla regione: Miguel Sánchez non affrontava solo minacce amministrative, ma era già stato bersaglio di tentati omicidi e persecuzioni armate per la sua opposizione ai giganti della speculazione immobiliare.
L’Alianza de Organizaciones y Pueblos en Resistencia ha denunciato responsabilità dirette e punta il dito contro figure chiave come: Jesús Romero López (Segretario di Governo) accusato di fornire copertura istituzionale alla polizia; José Carlos Fuentes Ordaz (Rappresentante federale) segnalato come braccio operativo del cartello; David Ortega del Valle (SEMADESU*) sospettato di facilitare i permessi ambientali per i nuovi complessi residenziali. Tutti accusati di fornire il sostegno istituzionale necessario all’operazione.
L’escalation definitiva è scattata all’indomani della consultazione per la revoca del mandato del 25 gennaio 2026. Questo inedito esercizio di democrazia diretta, voluto dallo stesso Governatore Salomón Jara Cruz per confermare la propria “perdita di fiducia”, si è trasformato in un boomerang politico. Nonostante la vittoria formale ottenuta nelle aree rurali, Jara è stato pesantemente bocciato nei principali centri economici e politici dello Stato: nella capitale Oaxaca de Juárez, 7 cittadini su 10 hanno votato per la sua rimozione.
Mentre il governo si affrettava a definire il risultato un “trionfo democratico”, le ombre su brogli e una partecipazione che non ha raggiunto il quorum necessario hanno spinto l’amministrazione verso una dimostrazione di forza muscolare. Tra il 25 e il 28 gennaio, droni di sorveglianza militare hanno iniziato a sorvolare costantemente le terre di Sánchez Hernández, coordinandosi con gruppi armati legati a una rete di potere che agisce sul territorio per conto di fazioni di governo. Il 29 gennaio, in questo clima di sospensione dei diritti, le ruspe sono entrate in azione senza alcun ordine del tribunale, protette dalla Polizia Statale che è rimasta a presidiare le macerie quasi a voler sigillare fisicamente la “vittoria” del potere sul territorio.
Lo scontro delle narrative: il silenzio non è neutrale
L’evento rompe la retorica della “Primavera Oaxaqueña” del governatore Jara Cruz. Un controllo dei canali ufficiali della Fiscalía General del Estado de Oaxaca e della Secretaría de Governo conferma che fino al 31 gennaio non esiste alcuna dichiarazione ufficiale sull’operazione. Questo silenzio funge da copertura politica: mentre i media indipendenti come El Giro de la Rueda diffondevano i video della distruzione, il Ministero del Turismo celebrava sui social un impatto economico record. La logica di mercato, che ha portato la costa oaxaqueña a superare i 23 miliardi di pesos di ricavi a fine 2025, e che impone la massimizzazione del valore dei suoli a Pochutla e Huatulco, scontrandosi con i sistemi di proprietà comunitaria per massimizzare il profitto.
Oltre i confini: la meccanica globale dell’espropriazione
Quanto accade a Playa Salchi risponde a una meccanica di potere che si ripete su scala globale, ovunque il territorio venga trattato come una “tabula rasa” da bonificare. Il metodo osservato a Oaxaca richiama paradigmi di occupazione ben più noti: la trasformazione di un luogo vissuto in uno spazio conteso, dove la demolizione non serve solo a fare spazio ai cantieri, ma a cancellare la memoria storica e spingere i residenti all’esodo forzato.
Si assiste a una forma di violenza asimmetrica in cui la tecnologia e la forza statale vengono messe al servizio della sostituzione territoriale. Non è solo una questione di confini o di metri quadri, ma di un modello di sviluppo che vede nel legame ancestrale con la terra un ostacolo al flusso dei capitali. In questo senso, Playa Salchi diventa un microcosmo di una resistenza universale: quella contro la logica che trasforma il diritto all’abitare in una concessione revocabile dal mercato.
Oltre le macerie: la geografia della resistenza collettiva
Se la strategia del potere a Playa Salchi punta all’isolamento, la risposta che emerge dal territorio parla il linguaggio della solidarietà organizzata. La battaglia di Miguel Sánchez Hernández è diventata il fulcro di una mobilitazione regionale guidata dal CODEDI (Comitè en Defensa de los Derechos Indígenas), i cui membri hanno pagato spesso con la vita la resistenza contro i mega-progetti estrattivi e turistici e che coordina la vigilanza fisica e agraria contro le incursioni notturne. A questa azione si salda la visione dell’APIIDTT (Asamblea de los Pueblos Indígenas del Istmo), che connette i pescatori della costa ai movimenti dell’Istmo in un’unica rete di protezione interetnica.
Le forme di opposizione superano i confini dei tribunali. La tradizione del “Tequio per la difesa del territorio”, il lavoro comunitario gratuito, è stata rifondata come un atto di riappropriazione politica: le piantumazioni collettive non servono solo alla sussistenza, ma a marcare fisicamente il suolo, smentendo con la vita contadina la narrativa dei gruppi imprenditoriali che vorrebbero descrivere l’area come una terra “irregolare”. Attraverso il coordinamento del FORO (Frente de Organizaciones Oaxaqueñas), la resistenza di Salchi viene portata nelle carovane nazionali e internazionali come la Carovana El Sur Resiste e nei circuiti dell’artivismo. È una lotta che si gioca sulla capacità di abitare lo spazio: mentre i droni della polizia sorvegliano dall’alto, le comunità rispondono dal basso con la semina e la presenza fisica. Playa Salchi resta l’ultima frontiera di una resistenza che riafferma che il territorio non è un prodotto immobiliare, ma un organismo vivente fatto di memoria, cultura e dignità collettiva.
*SEMADESU – Secretaría de Medio Ambiente y Desarrollo Sustentable – Ministero dell’Ambiente e dello Sviluppo Sostenibile)

Traduzioni a cura di Viviana Panzardi – Ricerche e adattamento Caminantes