Messico – ¿PODER INDÍGENA?

20 Giugno 2025

Riportiamo un articolo di Hermann Bellinghausen – tradotto da Sonia Mormone – pubblicato su Ojarasca supplemento del quotidiano messicano LaJornada

orjasca
Preparandosi per il combattimento Acatlán, Guerrero, maggio 2025. Foto: Mario Olarte

Come possiamo interpretare il fatto che oggi, nel potere politico, seppur con numeri relativi, siano presenti persone che si individuano come indigene o appartenenti a qualche popolo originario? E riconoscendoli come tali, il potere politico e le mode culturali ufficiali (per definizione “non indigene”) gli ha fatto spazio nei tre poteri dell’Unione, cosa a cui il governo dà importanza quando pubblicizza i suoi risultati.

Il nuovo valore aggiunto di “essere indigeni” è così quotato che non pochi truffatori fingono di esserlo senza esserlo e senza avere nemmeno contatti con le comunità, sfruttando le “quote” etniche (come anche quelle di genere) dei partiti per l’assegnazione dei candidati a deputati, sindaci o giudici. Questa è l’aria che tira in questi tempi.

Sembra che lo Stato, in senso positivo, stia pagando conti storici che risalgono a 500 anni fa. In diverse posizioni di medio livello (e in alcune posizioni di rilievo), la presenza di leader, intellettuali e creativi indigeni è aumentata. E in questo contesto, si è registrata una marcata partecipazione femminile, come ci si aspetterebbe da un governo guidato da una presidente donna. Ciò si verifica anche nei congressi federali e statali di entità (n.d.t. – con questo termine si indicano le istituzioni governative) in cui la popolazione indigena è significativa in termini elettorali.

Gli incentivi culturali e professionali di cui godono attualmente le popolazioni indigene sono più grandi che mai. Vengono premiati, con borse di studio o cofinanziati, registi, artisti, musicisti, scrittori preferibilmente bilingue, così come creatori e creatrici “popolari” di ceramica, tessuti, gastronomia, danza.

Tant’è che una delle conferme visive fornite dall’ispirazione indigena consiste nell’abbigliamento dei funzionari e funzionarie: huipiles (n.d.t. – una tradizionale tunica indossata dalle donne indigene dal Messico all’America Centrale) d’autore, copricapi, gioielli, camicie e guayaberas (n.d.t. – camicia a manica lunghe o corte) originali (o derivate). Il fenomeno non è nuovo. Lo impose a suo tempo la “compagna” María Esther Zuno, moglie del presidente Luis Echeverría.

Alla fine di quel mandato di sei anni (nel 1976), l’”indigeno” fu riportato negli schemi del sistema priista (del Partido Revolucionario Institucional), in vigore allora – wow! – distribuito tra i settori operaio, popolare e contadino (ed il sotto settore indigeno, a malapena considerato tale); nulla di tutto ciò è paragonabile all’inclusione, almeno nominale, che si osserva oggi.

O dovremmo parlare di integrazione?

Potrebbero esserci stati cambiamenti di forma e sostanza, ma lo Stato creolo-meticcio ha cercato l’integrazione dall’Indipendenza a oggi. Turismo, proletarizzazione, gentrificazione, autostrade e treni avanzano tutti nella stessa direzione. Ebbene anche la “criminalità organizzata” pratica una forma perversa di integrazione per le popolazioni indigene.

L’esempio preferito dei governi messicani (tranne la dozzina di governi del PAN – Partido Acción Nacional) è stato Benito Juárez. Eccezionale zapoteco nato nelle montagne che oggi portano il suo nome, il Porfiriato (n.d.t. – il periodo in cui il Messico era sotto la dittatura del generale Porfirio Díaz) lo consacrò e lo elevó al “… más alto mármol” (n.d.t. – un’espressione metaforica che indica un riconoscimento pubblico e perenne). Al di là del cromatismo e delle sue origini, Juárez fu un governatore e un presidente duro con i popoli indigeni. Gli abitanti di Juchitán non hanno dimenticato che lanciò contro di loro l’esercito e li fece prendere a cannonate quando si opponevano ai suoi progetti, come ha ricordato Francisco Toledo nella sua provocatoria opera buffa Lo que el viento a Juárez. Mettendo fine a mezzo secolo di ostilità indipendentista contro i popoli indigeni, Juárez impose ordine, leggi e decreti, limitò la proprietà comunitaria e aprì la strada al liberalismo porfiriano, positivista e criollista. Quella modernizzazione borghese portò alla grande Rivoluzione plebea del 1910 e alla ricomparsa degli indigeni come attore nazionale, anche se solo al livello più basso, qualcosa che era andato perduto dalla fine del vicereame all’inizio del XIX secolo. Di fronte alla forza rivoluzionaria e simbolica di Emiliano Zapata (l’indigeno che diceva “no”), lo Stato lo ammise nel pantheon degli eroi; prima lo uccise e nel corso degli anni lo beatificò.

Seguirono decenni di riforma agraria, ridistribuzione delle terre, creazione di ejidos, indigenismo bianco e clientelismo partitista favorevole al “voto verde”. Intorno al 1985, il ciclo “neoliberista” iniziò a minacciare l’ejidos e la riforma agraria, abbellendola di “solidarietà”, progetti integrazionisti, promesse e buone maniere. Ma i popoli indigeni riuscirono a liberarsi dal regime di Salinas.  Aveva già abbandonato il suo agrarismo quando le vere celebrazioni del 500° anniversario lo colsero di sorpresa e da cui nessuno Stato coinvolto uscì indenne. I popoli originari erano scontenti, marciarono verso le capitali, formarono proprie organizzazioni.

La rivolta zapatista in Chiapas e il suo impatto sui popoli indigeni e sull’opinione pubblica del paese annunciarono un nuovo ciclo storico, che accelerò all’inizio del secolo con la maturazione di nuove generazioni di figli e figlie delle comunità indigene, e determinò la fine dell’indigenismo.

Le comunità stavano sfuggendo al controllo di uno Stato che, sotto la guida di Ernesto Zedillo, aveva scatenato contro di loror una guerra di contro insurrezione, fingendo di negoziare. Le tredici chiare richieste dei ribelli, con l’autonomia come bandiera, alimentarono il risveglio indigeno. Voci bilingue emersero in modo esplosivo nell’arte, nel diritto (sotto l’egida dei diritti umani), nel mondo accademico e in politica, rilanciando la richiesta di lingue e forme di governo proprie. Attraverso limitate riforme che non hanno mai dato seguito agli Accordi di San Andrés, firmati nel 1996 e da allora linee guida fondamentali per le rivendicazioni dei movimenti e delle comunità, lo Stato ha navigato in acque agitate.

I massacri in Guerrero, Oaxaca e Chiapas, la militarizzazione ostile e lo sviluppo del narcotraffico e di altre attività criminali intorno al 2007, sotto l’amministrazione di Calderón, hanno messo le comunità con le spalle al muro. Con grande sforzo l’autonomia zapatista e altre autonomie (limitate) che hanno superato la repressione e la violenza a La Montaña in Guerrero, nei municipi di Oaxaca, nella sierra Huichol, a Cherán e altrove, ancora tengono.

La presunta fine del neoliberismo con la vittoria presidenziale di Andrés Manuel López Obrador con il nuovo grande partito Morena ha effettivamente segnato un cambiamento di atteggiamento da parte dello Stato nei confronti dei popoli indigeni. Li ha messi al centro, non del dibattito nazionale come nel 1994, ma della retorica neo-indigenista iniziata nel 2018. Se qualcosa è cambiato da allora, è stato il dibattito sulla “questione indigena”.

Al suo posto, sono arrivate le ricette di investimento capitaliste-nazionaliste e la negazione permanente di una reale autonomia, unita a un’esaltazione discorsiva e simbolica dei popoli indigeni. L’archeologia, in linea con i megaprogetti, ha rinnovato l’uso ideologico del passato preispanico e, nella pratica, ha avuto priorità sui diritti territoriali dei popoli indigeni viventi.

Altri fantasmi continuano a perseguitare le comunità: l’estrattivismo minerario, idrico, forestale, turistico e persino culturale; le dispute elettorali dei partiti politici come fattore di discordia comunitaria; la cooptazione dei leader; il neo-folklorismo; il neo-indigenismo clientelare. Anche le contraddizioni delle comunità stesse giocano il loro ruolo: la migrazione, la scomparsa delle lingue e delle usanze agricole, alimentari e di convivenza.

L’elezione di un avvocato mixteco (curiosamente non viene citato il nome del suo paese di origine San Miguel El Grande, Ñuu Savi) per presiedere la Corte Suprema di Giustizia della Nazione può essere vista come parte dell’emancipazione, dell’empowerment e del riconoscimento sociale della causa indigena. È anche frutto del pragmatismo politico che caratterizza la carriera di Hugo Aguilar Ortiz: da giovane difensore dei diritti del popolo Ayuuk e proficuo partecipante alla stesura di una proposta di legge dell’EZLN per la Commissione di Concordia e Pacificazione che si concluse con la deludente riforma dell’articolo 2 della Costituzione, nel nuovo secolo sarebbe diventato un attivista indigeno per un governo del PAN a Oaxaca (Gabino Cué) e di un governo del PRI (Alejandro Murat). Insieme al suo omologo Adelfo Regino Montes, nel 2018 ha assunto la leadership nazionale del rivitalizzato movimento per l’indigenismo e ha avuto un ruolo determinante nelle consultazioni comunitarie (molte delle quali sono state denunciate come imposte o truccate) per spianare la strada ai grandi megaprogetti dello Stato.

Al di là delle semplificazioni, ciò a cui assistiamo è emancipazione o integrazione?

Articolo originale a questo link: ✍️ https://ojarasca.jornada.com.mx/…/poder-indigena-3220.html

Disponibilità materiali

Il materiale presente in questa pagina è disponibile per la consultazione presso la sede del Centro in Larghi Banchi Nuovi a Napoli.
Non tutti i materiali sono disponibili per il download. Inviaci una richiesta compilando il form e proveremo a risolvere la tua richiesta.

Per ogni altra richiesta puoi inviarci una mail a info@caminantescentrodocumentazione.org

Sguardi critici sull’America Latina – tracce e segni del presente.

Questa sezione di Caminantes è uno spazio dedicato ad articoli, analisi e post che trattano le questioni più rilevanti e attuali riguardanti l’America Latina, con un focus particolare sul Messico.

I contenuti sono pensati per offrire una comprensione più profonda dei processi in corso, cercando di mettere in luce le dinamiche interne dei vari paesi. Siamo impegnati a presentare punti di vista alternativi e a stimolare riflessioni critiche su tematiche come i diritti umani, le disuguaglianze sociali, i movimenti di resistenza e le sfide legate alla sostenibilità e alla giustizia sociale.

Argomenti: