Messico – Sinaloa, oltre 300 giorni di guerra: quando la pace dipende dal crimine

28 Luglio 2025

Siamo in Messico da qualche giorno, come spesso è capitato negli ultimi 20 anni. Venti anni e passa dove abbiamo osservato con sempre maggiore attenzione sia l’esperienza zapatista delle comunità del sud est messicano sia quello che succedeva nel resto del paese. Negli ultimi anni abbiamo volto il nostro sguardo e la nostra attenzione a quel fenomeno, pervasivo e devastante, che è il narcotraffico. Lo abbiamo fatto per il ruolo che, politicamente, finanziariamente, culturalmente e socialmente, ha assunto nella vita dei circa 130 milioni di messicani che vivono nel paese e per i milioni di persone che nel resto del mondo, a volte inconsapevolmente, sono in un qualche modo legate alle vicende messicane. Come, quasi sempre quando si tratta di narcotraffico, l’attenzione dei media, degli osservatori e analisti si rivolge a oltre 1200 km a nordovest di Città del Messico: Culiacán – capitale dello Stato di Sinaloa – patria dell’omonimo cartello e terra martoriata nell’ultimo anno da omicidi e sparizioni. Abbiamo messo insieme alcune considerazioni leggendo le cronache e ci fa piacere se vengono lette.


8b81188c ba6d 445a bf11 d79793949072

Di fronte a oltre 1.700 omicidi e oltre 2.000 persone scomparse, lo Stato si rivela assente. La narrazione ufficiale crolla, e la realtà messicana mostra un volto spietato: a Sinaloa, la pace non è garantita dalle istituzioni, ma dalla volontà dei cartelli.

Dal luglio 2024, lo stato di Sinaloa è piombato in un conflitto armato che non accenna a fermarsi. Sono passati oltre 300 giorni da quando è scoppiata una guerra intestina tra le varie fazioni del Cartello di Sinaloa, una delle organizzazioni criminali più potenti del mondo. Il bilancio è tragico: più di 1.500 omicidi, migliaia di sfollati, un numero crescente di desaparecidos, e un senso generale di impotenza che travolge i cittadini e finanche le istituzioni nonostante i legami più volte denunciati tra i narcos e uomini e donne delle istituzioni.

Tutto è iniziato con la frattura definitiva del cartello dopo la cattura e l’estradizione di Joaquín “El Chapo” Guzmán. A contendersi il potere: da un lato i figli di El Chapo, noti come Los Chapitos, e dall’altro i “vecchi” dell’organizzazione, tra cui Ismael “El Mayo” Zambada e Aureliano “El Guano” Guzmán.

Il colpo di grazia arriva nell’estate dello scorso anno, quando Los Chapitos avrebbero consegnato El Mayo alle autorità statunitensi in cambio di protezione. L’equilibrio interno si spezza, i tentativi di mediazione falliscono, e il conflitto armato esplode nelle strade di Culiacán e in molte altre località del nord-ovest messicano.

L’analisi del conflitto restituisce un quadro impietoso. Possiamo intravedere almeno cinque dinamiche fondamentali che spiegano perché la guerra in corso non è una semplice faida tra gruppi criminali, ma una crisi strutturale dello Stato:

  1. La pace è negoziata con il crimine, non con lo Stato.
    Autorità locali e federali ammettono implicitamente che la pace e la tranquillità dipendono dai narcos. La popolazione stessa cerca contatti diretti con i gruppi criminali, preferendoli alla burocrazia corrotta o inefficace dello Stato.
  2. Il crimine organizzato è ormai un esercito parallelo.
    I cartelli non sono più bande improvvisate, ma strutture militari vere e proprie. Reclutano mercenari stranieri (in particolare mercenari colombiani esperti in controguerriglia), usano droni, controllano territori come lo farebbero truppe di occupazione. Per i mezzi, le tecniche e le modalità messe in campo possiamo considerare questa guerra di narcos come una guerra di quarta generazione.
  3. È caduto il mito della protezione del narcos.
    Per anni, si è creduto che vivere in territori controllati dal cartello garantisse sicurezza. Oggi, invece, si registrano estorsioni, sequestri e persino omicidi di bambini, segno che anche i “codici d’onore” criminali sono saltati.
  4. Le carceri sono centri operativi del crimine.
    Il penitenziario di Aguaruto, a Culiacán, è un simbolo della sconfitta (e forse dell’accondiscendenza) dello Stato: armi, droga, cellulari e un tunnel sotterraneo che collegava l’interno con l’esterno lo hanno trasformato in un quartier generale dei narcos.
  5. La guerra non finisce: le vendette si tramandano.
    La spirale della violenza genera nuovi reclutamenti. Orfani, familiari delle vittime e comunità abbandonate dallo Stato sono il bacino da cui le organizzazioni criminali attingono nuove leve. La guerra del narco può diventare una guerra senza fine.

Mamme che cercano i figli scomparsi, attivisti, imprenditori e giornalisti vivono sotto minaccia costante. Eppure, si muovono. Si organizzano. Denunciano. Trattano direttamente con i capi dei cartelli, non per complicità ma per sopravvivenza.

Delia Quiroa, portavoce del collettivo “10 de Marzo“, chiede ai narcos una tregua: “Vogliamo solo che ci lascino cercare i nostri cari e smettano di far sparire le persone”. Un appello tragico, che mostra quanto lo Stato sia assente nel suo compito primario: garantire la vita.

Il conflitto a Sinaloa non è un episodio isolato, ma il sintomo più evidente della crisi in Messico. In un territorio dove lo Stato esercita la violenza e l’ingiustizia solo sui più poveri e indifesi il futuro appare incerto. Il rischio è che questa guerra si normalizzi, diventi sempre più parte del paesaggio quotidiano, continuando ad alimentare una violenza parallela a quella dello Stato in cui le vittime sono sempre le stesse.

Disponibilità materiali

Il materiale presente in questa pagina è disponibile per la consultazione presso la sede del Centro in Larghi Banchi Nuovi a Napoli.
Non tutti i materiali sono disponibili per il download. Inviaci una richiesta compilando il form e proveremo a risolvere la tua richiesta.

Per ogni altra richiesta puoi inviarci una mail a info@caminantescentrodocumentazione.org

Sguardi critici sull’America Latina – tracce e segni del presente.

Questa sezione di Caminantes è uno spazio dedicato ad articoli, analisi e post che trattano le questioni più rilevanti e attuali riguardanti l’America Latina, con un focus particolare sul Messico.

I contenuti sono pensati per offrire una comprensione più profonda dei processi in corso, cercando di mettere in luce le dinamiche interne dei vari paesi. Siamo impegnati a presentare punti di vista alternativi e a stimolare riflessioni critiche su tematiche come i diritti umani, le disuguaglianze sociali, i movimenti di resistenza e le sfide legate alla sostenibilità e alla giustizia sociale.

Argomenti: