Riproponiamo, tradotto e da noi adattato, un articolo comparso il 27 agosto 2025 a firma di Diego Enrique Osorno all’indomani dell’udienza davanti alla Corte del Distretto Est di New York di lunedì 25 agosto in cui il leader storico del Cartello di Sinaloa – Ismael “El Mayo” Zambada – si è dichiarato colpevole di 17 capi d’accusa. Con tale decisone Zambada ha di fatto raggiunto un accordo che gli evita una condanna a morte negli Stati Uniti.

Nel labirinto del narco, Joaquín “El Chapo” Guzmán fu la luce; Ismael “El Mayo” Zambada, la penombra.
Il primo incarnò l’impunità mediatica; il secondo, l’impunità strutturale.
Uno costruì tunnel sotto la frontiera come arterie invisibili; l’altro intrecciò in silenzio una rete influente da entrambi i lati, sapendo che il potere reale non ha bisogno di fuggire perché, anche se lo catturano, non si lascia mai catturare del tutto.
Conobbi il Mayo nel 2021, durante un’intervista in cui mi parlò di guerra, droga, pace, politica…
“Ci dedichiamo a un affare di cui gli Stati Uniti hanno bisogno”, mi disse.
A differenza del Chapo, non volle mai essere leggenda. Non concedeva interviste alla leggera, non cercava attenzione. Il suo interesse era durare, guadagnare tempo.
Ora, a 77 anni di età, si è dichiarato colpevole in un tribunale statunitense. L’ha fatto senza clamore.
Ha confessato di essere leader di un’impresa criminale, di aver trafficato, riciclato denaro, corrotto autorità, ordinato omicidi di rivali e causato la morte di civili. Ha riconosciuto tutto.
Con la sua confessione giudiziaria, il mito crolla, ma non il sistema che l’ha generato.
Ciò che ha detto a Brooklyn era noto e il suo silenzio è stato eloquente: non ha menzionato nomi, non ha parlato di presidenti, di generali, di agenti, di governatori né di imprenditori.
Custudisce i segreti che per decenni lo hanno reso intoccabile.
Nel mio libro Il Cartello di Sinaloa: una storia dell’uso politico del narco ho tentato di documentare come il narcotraffico messicano sia figlio della politica messicana e statunitense.
L’ho fatto a partire da percorsi, documenti e interviste, inclusa una con Miguel Ángel Félix Gallardo, il capo che, insieme a Rafael Caro Quintero, anticiparono il binomio del Mayo e del Chapo nella scacchiera e nel teatro binazionali.
Restano aperte molte domande per comprendere la simbiosi tra politica e narco.
Quanto potrebbe dire il Mayo se decidesse di rompere il silenzio? Lo lascerebbero davvero parlare?
Che cosa si ci aspetta con questa confessione, finora più silenziosa che rumorosa?
Forse un finale diverso da quello del Chapo: meno umiliante, meno pubblico, magari la protezione che solo il silenzio sa garantire, conservando i nomi come ultimo capitale.
E cosa si aspettano gli Stati Uniti? Sempre di più di quanto ha ricevuto. Nomi, prove, testimonianze che incendino la politica messicana e allo stesso tempo capaci di infiammare anche la base elettorale trumpista.
Per ora ha ottenuto solo l’essenziale: un colpevole, il trofeo del mito caduto, condannato a morire in prigione.
Ma la confessione del Mayo non abbatterà del tutto il mito: lo spoglierà soltanto.
Lo rivelerà per ciò che è sempre stato: una necessità culturale, un modo di organizzare la paura, di dare un volto all’impunità, di personalizzare ciò che in realtà appartiene al sistema.
Qui, nel nostro labirinto del narco, resta un territorio chiamato Sinaloa – o Messico, a seconda di come lo si voglia vedere –, ormai senza il Mayo né il Chapo nelle montagne, ma ancora attraversato da molteplici guerre tra Mayos e Chapos, con una violenza che non avrà bisogno di leggende né di miti per restare quotidiana.
La luce e la penombra si sono spenti; gli Stati Uniti continuano a tenerci sospesi.