Messico-Stati Uniti – “Kiki” Camarena sapeva troppo: “Ci fecero credere che l’avesse ucciso Caro Quintero”.

14 Luglio 2025

Riportiamo tradotto l’ultima parte del reportage scritto dal giornalista Témoris Grecko sull’uccisione del più famoso agente della DEA avvenuta in Messico. Da questi articoli si capisce, riportando fatti e testimonianze, che Kiki Camarena aveva scoperto e forse aveva le prove dei legami tra CIA, apparato politico e statale messicano e i cartelli di narcotrafficanti per coprire le attività di controguerriglia nel Nicaragua sandinista. A fine articolo i link delle precedenti “puntate”.

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Non volevano uccidere “Kiki” Camarena, bensì sapere quanto sapesse riguardo CIA, governo messicano, cartello di Jalisco e contras. “I narcos, quando uccidono, uccidono.”

Sono ex agenti di polizia di Jalisco diventati informatori della DEA, la Drug Enforcement Agency statunitense. E nella serie “The Last Narc”, raccontano il loro coinvolgimento in diversi fatti del caso Kiki Camarena che coinvolgono agenti statunitensi, tra cui “El Cubano” Ismael Félix Rodríguez, che si presentava come Max Gómez e raccontava storie sul suo coinvolgimento nella guerra del Vietnam.

René López Romero ricorda di aver volato su un jet con Ernesto Fonseca, detto Don Neto, e di essere poi atterrato su una pista di atterraggio costruita ad hoc nel ranch di Rafael Caro Quintero a Veracruz, dove i contras anti-sandinisti venivano addestrati. Lì ricevevano e spedivano anche narcotici e armi: “C’era molta gente; ne rimasi molto colpito. Non avevo mai visto così tante armi, soldi, così tanta droga. Soprattutto cocaina, dieci, quindici tonnellate”.

Tra novembre e dicembre 1984 si svolsero vari incontri a cui parteciparono gli informatori, ma in uno, la notte del 6 febbraio, poche ore prima dell’operazione, fu deciso il rapimento dell’agente Enrique Camarena.

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Negli anni ’80 si decise il sequestro di ‘Kiki’ Camarena. (Foto: Archivo)

Tra i partecipanti a questi incontri c’erano il governatore di Jalisco, Enrique Álvarez del Castillo; il Segretario degli Interni, Manuel Bartlett Díaz e il Segretario alla Difesa Nazionale, Juan Arévalo Gardoqui; ed il direttore dell’Interpol Messico, Miguel Aldana Ibarra.

Così come il capo della Direzione Federale della Sicurezza (DFS) di Guadalajara, Sergio Espino Verdín; l’ex capo di Stato Maggiore della Difesa Nazionale e nuovo comandante della XV Zona Militare, generale Vinicio Santoyo Feria; e un uomo noto come ‘El Cubano’ della CIA.

A febbraio, in una stanza della casa al numero 881 di via Lope de Vega, a Guadalajara, videro El Cubano Max Gómez condurre l’interrogatorio e la tortura di Camarena.

L’ex agente di polizia López Romero gli porgeva degli asciugamani per pulirsi le mani dal sangue. In The Last Narc, mostrano la “trascrizione della cassetta contrassegnata con la copia 2”, in un documento intitolato “DEA Sensitive Classified #1690”, che corrisponde alla registrazione audio di quell’interrogatorio. Camarena non conosceva tutti i dettagli, ma esagerarono con la tortura.

Interrogante [presumibilmente Ismael Félix Rodríguez]: “Cosa sa la DEA del ranch di Veracruz?

Camarena: “Abbiamo intercettato il telefono del proprietario del ranch di Veracruz. Ahi! Ay, ay, ay. Ti dico tutto, Comandante!”

Interrogante: “Continua a parlare!

C: “Il proprietario del ranch con la pista di atterraggio a Veracruz. Avevamo informazioni che c’erano delle guardie lì, e quelle guardie erano del governo messicano. Le guardie erano della Direzione Federale per la Sicurezza. Ed erano sempre armate.”

Interrogante: “Come si chiamavano queste guardie del DFS?

C: “Non lo so! So solo che erano guardie del DFS alla pista di atterraggio di Veracruz. Non ho motivo di nascondere i nomi!”

Interrogante: “Non mi stai dicendo niente, figlio di puttana!

C: [urlando]

Più tardi, Héctor Berrellez, ex agente della DEA per 30 anni, racconta: “Camarena risponde che l’unica cosa che sapeva era che stavano scaricando molte tonnellate di cocaina. Gli hanno chiesto come lo sapesse, e lui ha risposto che lo aveva informato un comandante della Polizia Giudiziaria Federale”.

“Gli chiedono cosa sa dei Contras, e lui risponde di non sapere nulla e di non sapere chi sono i contras. Gli chiedono anche, come risulta dalla trascrizione, cosa sappia su politici e funzionari governativi coinvolti o associati al cartello di Guadalajara, ma lui nega qualsiasi conoscenza”.

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Kiki Camarena cominciò ad operare in Messico agli inizi degli anni ’80.
(Foto: Especial)

Gli investigatori della DEA hanno ottenuto quattro trascrizioni di due registrazioni audio da un informatore messicano, gli esperti le hanno autenticate e sono state considerate prove valide dal giudice nei processi al medico Humberto Álvarez Machaín e a Rubén Zuno Arce.

Tuttavia, trascorsero quasi quattro anni senza che si riuscisse a scoprire i dettagli di quanto era accaduto attorno all’omicidio di Kiki Camarena né chi fosse stato presente al fatto.

Finché la DEA non nominò Berrellez, nel gennaio 1989, per guidare 20 agenti in quella che chiamarono “Operazione Leyenda“, con un budget di 3 milioni di dollari all’anno: con quello, Berrellez fu in grado di comprare contatti a Los Pinos e nell’ufficio del Procuratore generale, così come funzionari militari e dell’intelligence.

Nonostante l’omicidio di 23 informatori, riuscì a portarne 200 negli Stati Uniti e a metterli sotto protezione testimoni, isolati l’uno dall’altro in modo che non condividessero informazioni. Di questi, 10 erano testimoni oculari del rapimento e dell’omicidio di Kiki Camarena. Tra questi, tre ex agenti di polizia di Jalisco.

A casa di Zuno Arce, mentre Camarena veniva torturato, la squadra dell'”Operazione Leyenda” riuscì a individuare la presenza dei boss Caro Quintero, Fonseca (che presumibilmente disapprovava l’operato del suo complice) e Juan José Esparragoza Moreno, detto El Azul.

E anche di un alto funzionario messicano: il segretario Manuel Bartlett Díaz, con Espino Verdín e altri ufficiali di polizia, come Jorge Godoy, Ramón Lira e René López Romero (già citato nella seconda parte).

Identificò il narcotrafficante honduregno Juan Matta Ballesteros come parte di un’operazione clandestina del governo statunitense, insieme ad altri agenti CIA, i cui nomi non sono mai stati rivelati, e a Ismael Félix Rodríguez, colui che aiutò Caro Quintero a fuggire in Costa Rica, dove i Contras avevano basi operative, secondo il pilota CIA Tosh Plumlee. La DEA lo arrestò successivamente lì.

“Il piano non era ucciderlo. Non hanno rapito Camarena per ucciderlo, ma per interrogarlo. Ecco perché lo hanno bendato e non avrebbero dovuto ucciderlo. Quello che è successo è che durante l’interrogatorio è stato torturato troppo”.

“Gli ordini erano di lasciarlo in vita, di estrarre quante più informazioni possibili e di verificare quanto ne sapesse di quanto stava accadendo nel ranch di Veracruz“, ha dichiarato Berrellez in un’intervista rilasciata a Carmen Aristegui nel 2022.

Volevano anche scoprire se sapeva qualcosa sui rapporti tra la CIA, Bartlett ed Ernesto Fonseca, Félix Gallardo e Juan Manuel Salcido Azueta, El Cochiloco.

“La CIA ha ordinato il rapimento e la tortura di Kiki Camarena e, quando lo hanno ucciso, ci hanno fatto credere che fu Caro Quintero, per coprire le attività illegali che stava svolgendo in Messico”, ha detto Phil Jordan ai giornalisti di Proceso.

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Funerale di Kiki Camarena. (Foto: AP)

Per Berrellez, il fatto che esistano due registrazioni dell’interrogatorio di Camarena (la CIA si è rifiutata di consegnare quella in suo possesso) è una prova della natura del rapimento:

“So come lavorano i narcotrafficanti. I narcotrafficanti non vanno in giro a prendere la gente, a bendarle o addirittura a registrare tutto quello che dicono”.

“Quell’operazione non è stata condotta da narcotrafficanti; è stata condotta da politici, funzionari governativi e agenti di polizia. Quando i narcotrafficanti uccidono, uccidono.”

Nei primi anni ’80, il Messico mantenne una posizione internazionale di sostegno al governo sandinista del Nicaragua e rifiutava l’intervento degli Stati Uniti in America Centrale.

Sebbene Bartlett Díaz, nel 2021, abbia definito l’accusa “una bugia, una falsità”, Berrellez sostiene che quando i funzionari statunitensi chiesero aiuto nell’operazione per finanziare i contras, Bartlett li avvertì che il Messico non poteva farlo direttamente, ma suggerì di utilizzare le stesse rotte utilizzate dal narcotraffico, con la complicità delle autorità.

In questo modo venne siglata l’alleanza tra la CIA, il cartello di Guadalajara, la Direzione Federale della Sicurezza, il governo di Miguel de la Madrid e i controrivoluzionari per contrabbandare droga a nord del confine e armi a sud.

Come mostrato nel documentario Red Privada, Berrellez scoprì che Kiki Camarena aveva il numero di telefono di Manuel Buendía nella sua rubrica. I due, insieme a Javier Juárez Vázquez, Gary Webb, Robert Parry e Brian Barger, – i primi quattro pagarono con la vita – le indagini su questa coalizione criminale multinazionale.

Inoltre non permisero a Berrellez di andare avanti ulteriormente.

Quando gli spiegarono che la DEA non aveva giurisdizione per indagare sulla CIA e gli assicurarono che l’Ufficio dell’Ispettore Generale lo avrebbe fatto se gli avesse inviato le prove, lui obbedì. Non fecero nulla e lui insistette di nuovo.

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Quando ‘Kiki’ Camarena morì torturato, fecero credere che fu Caro Quintero. (Foto: Archivo)

Nel 1990, il dirigente della DEA Jack Lawn gli ordinò, avendo a disposizione un budget di 250.000 dollari, di rapire il dottor Álvarez Machaín. Sebbene Berrellez anche se non lo eseguì direttamente, ma piuttosto con un comandante di polizia da lui pagato, il suo coinvolgimento trapelò sui media messicani, provocando una protesta diplomatica da parte del Messico.

Il vicepresidente Danny Quayle dovette intervenire per assicurare che non c’erano agenti della DEA in Messico e l’agenzia affermò che Berrellez aveva agito di sua iniziativa.

In The Last Narc, Manny Medrano, il pubblico ministero capo del caso Camarena, afferma che “tutto ciò che è accaduto in questo caso, compresi i rapimenti in giurisdizioni straniere, è stato pienamente autorizzato dal governo degli Stati Uniti”.

In ogni caso, in Messico, contro Berrellez furono presentate solo accuse penali. Racconta che, quattro anni dopo, un alto funzionario della CIA gli ordinò di interrompere le indagini sul legame dell’agenzia con il caso Kiki Camarena; lo avvertì che la CIA non era vincolata dalla Costituzione come la DEA, che il suo compito era proteggere gli Stati Uniti dai nemici stranieri e che avrebbe dovuto “comportarsi da bravo soldato” e tacere.

Nel caso in cui non avesse obbedito, gli ricordò che c’era un mandato di arresto in Messico… proprio per il rapimento di Álvarez Machaín.

La DEA aveva una promessa in sospeso, fatta al governo messicano: indagare sull’agente disubbediente che aveva deciso di portare a termine da solo un sequestro internazionale di un quarto di milione di dollari.

Decise di portarla a termine nel 1994. David Burke, direttore degli Affari Interni dell’agenzia antidroga, aprì un’indagine in cui chiese agli informatori Godoy, Sánchez e López se Berrellez li avesse indotti a mentire, avesse trattenuto i pagamenti o avesse permesso di coordinare tra loro la testimonianza. Negarono qualsiasi illecito e l’indagine interna fu archiviata.

Poi, Mike Holm, supervisore dell’ufficio di Los Angeles della DEA, usò il rapimento come pretesto per rimuovere Berrellez dalle indagini e poi chiudere l’“Operazione Leyenda” perché, a suo dire, la nuova amministrazione della DEA era convinta che questa avesse assolto il suo compito.

Tuttavia, col tempo, Jack Lawn, l’uomo che aveva ordinato il rapimento del medico, avrebbe dichiarato ai giornalisti Charles Bowden e Molly Molloy di non aver avuto alcun contatto con Berrellez e che quest’ultimo non era stato il capo dell'”Operazione Leyenda”, nonostante la sua testimonianza come tale in quattro processi, compresi quelli di Álvarez Machaín e Zuno Arce.

Come se non bastasse, Lawn consegnò a Berrellez una lettera di riconoscimento come “supervisore di Leyenda”, che lui incorniciò e appese nel suo ufficio. Due anni dopo, l’agente caduto in disgrazia optò per il pensionamento anticipato perché, a suo dire, la sua carriera era “in rovina” a causa della mancanza di supporto da parte dell’Agenzia.

Era depresso e frustrato perché avevano fatto fallire il caso Camarena e non era mai stato considerato un “eroe” perché era ritenuto una persona che non sapeva fare gioco di squadra.

Sebbene abbia chiuso l’indagine quando toccava gli interessi di persone potenti e ne abbia garantito l’impunità, la DEA ha spettacolizzato l’arresto di Caro Quintero per rappresentare la sua instancabile ricerca della giustizia e per proclamare che non ha dimenticato i propri cari, anche se:

“Voglio sapere perché hanno abbandonato Kiki“, dice sua moglie Geneva in The Last Narc.

“Era uno dei loro migliori agenti, e lo hanno abbandonato.”

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La DEA spetacolizzò la consegna di Rafael Caro Quintero. (Foto: Especial)

Questo succede alla fine della serie del documentario. O quasi alla fine, perché, a chiudere, c’è una inaspettata registrazione audio in cui un personaggio con accento del nord, il cui nome è omesso per proteggerlo ma a cui viene data una certa credibilità, afferma che gli agenti della DEA a Guadalajara hanno ricevuto tangenti di milioni di dollari dai narcotrafficanti.

Ha aggiunto che uno di loro ha aiutato i rapitori a identificare Camarena quando ha lasciato il Consolato americano:

“Penso che forse Kiki non volesse prendere soldi. Ecco perché, oltre ad avere paura che gli puntasse il dito contro, che stessero prendendo soldi dai narcotrafficanti, avevano anche paura che parlasse del ranch a Veracruz.”

Nell’aprile del 2025, dopo che Caro Quintero è stato estradato negli Stati Uniti presso la Procura di New York (comparirà di nuovo in tribunale il 18 settembre), Berrellez dichiarò a diversi organi di stampa che, in realtà, né le agenzie né Washington erano veramente contenti del regalo che il Messico aveva fatto loro inviando loro il criminale che più di tutti stavano cercando.

Questo perché “è una bomba nucleare: se al processo, e per evitare la pena di morte, accettasse di raccontare ciò che sa, si riaccenderebbe la questione della CIA, del finanziamento dei Contras, di George Bush, di Félix Rodríguez e dei rapporti della CIA con i narcotrafficanti messicani”.

Le precedenti “puntate”:

I boss uccidono, la CIA anche: gli ultimi giorni di ‘Kiki’ Camarena

𝐍𝐚𝐫𝐜𝐨 𝐞 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐚𝐬: 𝐥𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐧𝐞𝐬𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐭𝐫𝐚 ‘𝐊𝐢𝐤𝐢’ 𝐂𝐚𝐦𝐚𝐫𝐞𝐧𝐚 𝐞 𝐥𝐚 𝐠𝐮𝐞𝐫𝐫𝐚 𝐬𝐩𝐨𝐫𝐜𝐚 𝐢𝐧 𝐍𝐢𝐜𝐚𝐫𝐚𝐠𝐮𝐚

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