Messico-Stati Uniti – Narco e contras: la connessione tra ‘Kiki’ Camarena e la guerra sporca in Nicaragua

30 Giugno 2025
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Dopo che i giornalisti Parry, Barger e Webb avevano rivelato che la CIA aveva introdotto cocaina negli Stati Uniti, l’Agenzia organizzò una campagna di denigrazione contro di loro per ridurre i danni.

Negli Stati Uniti, la punizione dei giornalisti che indagarono sulle operazioni segrete della CIA fù compiuta non secondo la regola della loro eliminazione fisica, ma con quello che chiamano character assassination o omicidio del personalità, cioè la distruzione della credibilità, del prestigio e fino alla distruzione della stabilità emotiva.

Per diversi anni, l’Agenzia riuscì non solo a impedire qualsiasi indagine sul collegamento tra Messico e California e lo scandalo dell’Operazione Iran-Contras, ma anche a soffocare qualsiasi eco delle indagini sulla stampa e tra l’opinione pubblica. Il 20 dicembre 1985, due giornalisti dell’Associated Press (AP) – Robert Parry e Brian Barger – scoprirono la rete segreta di Oliver North – colonnello, marine e consigliere dell’amministrazione Ronald Reagan, nonché membro del Consiglio per la Sicurezza Nazionale – e trovarono i primi indizi del traffico di droga all’interno di quella struttura.

Tuttavia, secondo quanto riferito dai giornalisti, la CIA stava ritardando o bloccando le indagini perché Terry Anderson, un collega dell’AP, era stato rapito da militanti sciiti in Libano e il capo dell’ufficio di Washington dell’agenzia di stampa stava negoziando con Oliver North per ottenerne il rilascio.

Allo stesso tempo, l’amministrazione Ronald Reagan lanciò “una campagna organizzata dietro le quinte per screditare la professionalità di Parry e Barger e per screditare tutte le informazioni sui Contras nicaraguensi e sulla droga. Indipendentemente dal fatto che la campagna sia stata o meno la causa, la copertura [sulle rivelazioni dei giornalisti] fu minima”, sostiene Peter Kornbluh in un articolo pubblicato sul Columbia Journalism Review, una rivista di critica accademica sul giornalismo.

L’autore spiega che “l’atteggiamento della stampa mainstream si è dimostrato quando un giornalista investigativo si è alzato in piedi per chiedere all’avvocato capo della commissione parlamentare se i legislatori avessero trovato qualche collegamento tra i Contras e il traffico di droga, e un corrispondente del New York Times gli ha urlato in tono beffardo dall’altra parte del corridoio: ‘Perché non fai una domanda seria?'”

Si seppe poco della questione, ma giunse alle orecchie dell’allora senatore John Kerry, candidato democratico alle presidenziali del 2004 e presidente della Sottocommissione sul terrorismo, gli stupefacenti e le operazioni internazionali. Decise di seguire le piste fornite dai giornalisti dell’Associated Press e, nel 1989, pubblicò un rapporto che rivelava “prove considerevoli” dei legami tra i Contras e il traffico di droga e armi, affermando che “in ogni caso, qualche agenzia governativa statunitense aveva informazioni sul coinvolgimento, sia durante l’incidente che immediatamente dopo”.

Il documento è stato trattato dai media con quello che Kornbluh descrive come “uno sbadiglio collettivo”, inviandolo a pagine interne lontane e negandogli così qualsiasi importanza pubblica.

Il documento è stato trattato dai media con quello che Kornbluh definisce “uno sbadiglio collettivo”, relegandolo nelle ultime pagine e negandogli così qualsiasi importanza pubblica.

Nessuno sospettava che il rapporto e altre indagini sarebbero stati esaminate a fondo da uno sconosciuto giornalista di un piccolo quotidiano locale, Gary Webb del San Jose Mercury News, che ne ridefinì il focus. Le chiavi per raggiungere questo obiettivo furono due: internet stava iniziando a guadagnare popolarità e, per la prima volta, le ricerche furono ampiamente pubblicizzate online, fornendo prove sotto forma di documenti, registrazioni audio di intercettazioni e link web. Tutto questo fu messo a disposizione del pubblico.

E soprattutto, Webb, come ha osservato il suo collega dell’Associated Press, “ha toccato un nervo scoperto che le nostre storie non avevano toccato”, poiché il lavoro di Parry e Barger si era concentrato sul lato più asettico del traffico di droga nella lontana America Centrale, mentre il San Jose Mercury “ha portato la storia dentro casa, concentrandosi su quella che ha identificato come la rete di distribuzione e il suo obiettivo: le baraccopoli della California. In particolare tra le comunità afroamericane, devastate dal flagello del crack e disperatamente alla ricerca di informazioni e risposte”.

Quella che all’epoca era chiamata “cybercoscienza nera emergente” esplose, condividendo la storia di Webb alla radio e nei programmi di ogni tipo, nutrendosi di indignazione perché “se questo è vero, allora milioni di vite nere sono state rovinate e le prigioni e le carceri degli Stati Uniti sono ora piene di giovani afroamericani a causa di un complotto cinico di una CIA che storicamente ha operato in disprezzo della legge“, scrisse l’editorialista Carl T. Rowan, citato da Kornbluh nel suo articolo sul Columbia Journalism Review.

Ricky Freeway Ross, un noto spacciatore di crack californiano, Oscar Danilo Blandón Reyes, un estremista di destra nicaraguense, e Juan Norvin (o Norwin) Meneses Cantarero, un amico del deposto dittatore nicaraguense Anastasio Somoza, sono i protagonisti della serie in tre parti scritta da Webb “Dark Alliance: The Story Behind the Crack Explosion” [“Alleanza Nera. La storia dietro l’esplosione del crack”]

Il film Kill the Messenger (Michael Cuesta, 2014) racconta la storia di Webb, da quando si è imbattuto casualmente nell’argomento, del suo viaggio in una prigione nicaraguense e di una pista di atterraggio in Honduras, fino alla sua tragica fine: in una vicenda vergognosa per la stampa americana, viene mostrato come i più importanti quotidiani del Paese, abituati a impadronirsi delle grandi storie, siano diventati, per gelosia e anche per servilismo, uno strumento della CIA per perseguitare Webb. Questi media di punta hanno cercato errori, reali e fittizi, nel lavoro del giornalista per screditarlo e infine costringerlo ad abbandonare il giornalismo.

Era già il 1996, più di un decennio dopo l’Operazione Iran-Contras, ma la CIA era ancora determinata a nascondere al popolo americano che aveva introdotto tonnellate di cocaina per avvelenare le sue comunità più svantaggiate. Infatti, delle tre accuse per cui North fu condannato, una era quella di intralcio alla giustizia: aveva distrutto e alterato massicciamente i documenti ufficiali che dimostravano ciò che avevano fatto. Ma sebbene i pubblici ministeri e il tribunale lo avessero dichiarato colpevole, non lo obbligarono a rivelare qual’era il contenuto di quelle prove.

Il governo degli Stati Uniti conosceva i rischi se fosse venuta a galla una verità così esplosiva.

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Il simbolo della Central Intelligence Agency nell’atrio dell’edificio della sede centrale (AP)

Undici anni dopo l’operazione Iran-Contras, le rivelazioni di Gary Webb scatenarono proteste popolari, i media e Internet furono pieni di critiche rabbiose e accuse tremende, i membri neri del Congresso chiesero indagini interne sulla CIA, da loro soprannominata “Agenzia centrale di intossicazione”.

Il problema stava diventando incontrollabile.

Dovevano convincere l’opinione pubblica che le conclusioni del giornalista erano false. Il Los Angeles Times, il New York Times e il Washington Post “hanno preso la decisione editoriale di lanciarsi all’attacco, piuttosto che indagare più a fondo sull’articolo del San Jose Mercury News”, spiega Kornbluh nel suo articolo, che ha generato “commenti critici sulle loro priorità”.

Se i dirigenti dei tre quotidiani si sono sentiti in qualche modo offesi dall’impatto dell’insignificante San Jose Mercury, per quelli del Los Angeles Times la cosa è stata particolarmente imbarazzante, perché entrambi i giornali sono californiani.

Il quotidiano che si vantava di essere il gigante della costa occidentale subì la diffusione del San Jose Mercury come una patada desde su patio trasero (n.d.t. – espressione colloquiale che non ha un significato letterale; in questo contesto, un “calcio in giardino” sarebbe un calcio sferrato in uno spazio relativamente piccolo e ravvicinato): il Los Angeles Times mise non meno di 17 giornalisti a rivedere riga per riga gli articoli di Webb per trovare il modo di screditarli.

Tutto questo, peraltro, con il sostegno della CIA, la quale, quando è arrivata questa “vera e propria crisi di pubbliche relazioni”, aveva “una base di relazioni già produttive con i giornalisti”, come ha riconosciuto Nicholas Dujmovic, membro della Direzione dell’intelligence della CIA, in un articolo intitolato “Gestire un incubo: gli affari pubblici della CIA e la storia della cospirazione sulla droga”.

Si tratta di un testo destinato solo a occhi privilegiati nella comunità delle spie, pubblicato sulla rivista interna Studies in Intelligence e ora declassificato, i cui redattori hanno evidenziato questa citazione dell’autore: “Nel mondo delle pubbliche relazioni, come in guerra, evitare di scappare di fronte a folle ostili può essere considerato un successo”.

“Le accuse difficilmente potrebbero essere peggiori”, apre il paragrafo iniziale. “Una serie giornalistica ampiamente diffusa porta molti americani a credere che la CIA sia colpevole quantomeno di complicità, se non addirittura di cospirazione, nell’epidemia di crack nelle città americane”.

Il documento prosegue la sua giustificazione: “Nelle versioni più estreme della storia, che circolano alla radio e su Internet, l’Agenzia è stata lo strumento di una strategia sistematica del governo degli Stati Uniti per distruggere la comunità nera e impedire il progresso degli afroamericani”.

Nel testo, Dujmovic, della Direzione dell’Intelligence, esprime la sua soddisfazione per il fatto che le “storie più equilibrate” diffuse dalla CIA (“fornite”, è il termine usato) siano state riprese da “rispettati editorialisti, tra cui importanti personaggi di colore” e da organi di stampa come il New York Daily News, il Baltimore Sun, il Weekly Standard e il Washington Post.

Si vanta di essere riuscito a dissuadere “un importante agenzia di notizie” dal trattare la questione e spiega che, nonostante la “politica generale della CIA prevede di non commentare presunti legami di alcun individuo con la CIA”, hanno fatto “una rara eccezione” per “aiutare un giornalista che lavorava a una storia che avrebbe indebolito le accuse del Mercury News“, davanti al quale “il Public Affairs può negare qualsiasi legame di un individuo in particolare “.

Sottolinea inoltre che “grazie alla reputazione nazionale del Washington Post, i suoi articoli in particolare sono stati ripresi da altri giornali, il che ha contribuito a creare quella reazione che Associated Press ha definito una tempesta di fuoco contro il San Jose Mercury News”, quindi “un’informazione equilibrata”, cioè gli attacchi alla storia di Gary Webb, hanno superato di gran lunga gli articoli a favore, grazie anche, ha riconosciuto Dujmovic, al New York Times e “specialmente al Los Angeles Times”.

 “La versione governativa della storia arriva attraverso il Los Angeles Times, il New York Times e il Washington Post, ha detto il giornalista Webb. “Usano la stampa privata invece di dire qualcosa direttamente. Se si lavora con giornalisti amici dei principali quotidiani, sembra che sia il New York Times a dirlo, non un portavoce della CIA”.

Webb perse il sostegno dei suoi editori, che dissero di sentirsi “nell’occhio del ciclone”. Si separò dalla moglie e dai figli, non riuscì a trovare un buon lavoro come giornalista e sprofondò in una crisi finanziaria ed emotiva.

Il 10 dicembre 2004, otto anni dopo la pubblicazione dei suoi famosi reportage, fu trovato morto. La polizia dichiarò che si era suicidato sparandosi due volte alla testa. Due.

L’agente della DEA Enrique Kiki Camarena fu rapito il 7 febbraio 1985, mentre lasciava il consolato statunitense a Guadalajara. Fu portato in una casa al numero 881 di Lope de Vega, nella stessa città, di proprietà di Rubén Zuno Arce (cognato dell’ex presidente Luis Echeverría), dove fu torturato per 36 ore. Il 9 fu assassinato insieme al pilota messicano Alfredo Zavala Avelar, con cui aveva collaborato. I loro corpi furono ritrovati il ​​5 marzo 1985 nello stato di Michoacán.

Questa è la versione delle autorità statunitensi: Camarena aveva provocato la collera di Caro Quintero dopo aver scoperto un ranch di mille ettari dedicato alla coltivazione della marijuana, non nello Stato di Veracruz, ma a Chihuahua, che poi è stato poi distrutto; all’interrogatorio hanno partecipato solo Caro Quintero e i suoi uomini, tra cui il medico Humberto Álvarez Machaín, che gli somministrava lidocaina nel cuore per tenerlo vigile e sveglio durante le torture.

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Enrique Kiki Camarena

Sotto la pressione di Washington, due membri dei vertici del cartello di Guadalajara furono arrestati in Messico: Ernesto Fonseca Carrillo nell’aprile 1985 e Miguel Ángel Félix Gallardo nell’aprile 1989; Caro Quintero fu arrestato nell’aprile 1985 in Costa Rica, dove era fuggito.

Tuttavia, con grande frustrazione della DEA e dei successivi governi degli Stati Uniti, riuscirono a processare solo due dei responsabili secondari: Álvarez Machaín, rapito a Guadalajara e trasportato illegalmente oltre confine, e Zuno Arce, arrestato a San Antonio, in Texas.

E inoltre li persero entrambi: furono assolti. Álvarez tornò in Messico e il secondo uomo fu tenuto in prigione con altre accuse finché non morì, secondo i suoi carcerieri, per complicazioni di salute derivanti dalla detenzione.

D’altra parte, non sono riusciti a mettere le mani sui tre leader del cartello che volevano davvero perché sono riusciti a barricarsi nelle prigioni messicane per 40 anni: Fonseca, ha ottenuto gli arresti domiciliari nel 2016, ha scontato la pena ed è stato rilasciato il 5 aprile 2015. Félix Gallardo, nel frattempo, sta scontando la sua pena in patria dal 2022 e spera di completarla nel 2029. L’uomo più ricercato, Caro Quintero riuscì a farsi rilasciare illegalmente da un giudice nel 2013, dopodiché tornò a commettere reati ed è stato ricatturato nel 2022.

L’iniziativa del 27 febbraio 2025, con cui la presidente Claudia Sheinbaum ha consegnato 29 criminali ricercati dagli Stati Uniti, è stata una grande sorpresa.

Così, Caro Quintero è stato espulso dal Messico, preso in custodia dalla DEA, arrestato con le manette di Kiki Camarena e portato davanti a un giudice a New York, quindi deve affrontare accuse che potrebbero portare all’ergastolo o persino alla pena di morte. La sua prossima udienza negli Stati Uniti si è tenuta il 25 giugno.

La versione non ufficiale è quella che collega il fatale destino di Camarena con gli omicidi fisici dei giornalisti messicani Manuel Buendía e Javier Juárez Vázquez, e gli “omicidi della personalità”, ovvero la distruzione della reputazione degli americani Robert Parry, Brian Barger e Gary Webb.

Anche se le autorità statunitensi pretendono che sia trattata come una fantasia, coloro che hanno rivelato la versione alternativa alla CIA e l’hanno costantemente sostenuta sono testimoni diretti: oltre ai tre ex agenti federali statunitensi sopra menzionati (il capo delle indagini della DEA su Camarena, Hector Berrellez; l’ex direttore dell’El Paso Intelligence Center, Phil Jordan e l’ex pilota della CIA Tosh Plumlee), ci sono tre ex ufficiali della polizia giudiziaria dello Stato di Jalisco che hanno servito il cartello di Guadalajara fornendo la sicurezza ai boss e che erano presenti durante l’interrogatorio: Jorge Godoy, Ramón Lira – guardie del corpo di Ernesto Fonseca – e René López Romero.

Perché i primi tre hanno deciso di parlare? Per indignazione di fronte all’ingiustizia subita dal loro collega Kiki, hanno detto. Il fattore scatenante è stato che, nell’agosto del 2013, Caro Quintero è riuscito a ottenere il rilascio da un giudice, ed è tornato alla clandestinità e a una vita criminale, il che sembrava escludere la possibilità di un suo processo negli Stati Uniti.

E Berrellez, in particolare, si sentiva libero dalla spada di Damocle che gli pendeva sul collo: un mandato di arresto nei suoi confronti era scaduto.

Inizialmente, il 10 ottobre 2013, William La Jeunesse pubblicò una versione su Fox News (“Si presume che risorse dell’intelligence statunitense in Messico siano collegate all’omicidio di un agente della DEA”); poi, il 12 ottobre dello stesso anno, il giornalista J. Jesús Esquivel del settimanale “Proceso” pubblicò sulla piattaforma web  “Camarena è stato giustiziato dalla CIA, non da Caro Quintero”, che fu riprodotto il giorno dopo sulla carta stampata, e nel 2020 lanciò il suo libro “La CIA, Camarena e Caro Quintero: la storia segreta”.

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Caro Quintero

Esquivel ha parlato con Berrellez, Jordan e Plumlee, con ognuno dei tre separatamente, per confrontare le loro testimonianze. Nel corso di 12 anni, i testimoni hanno raccontato a diversi organi di stampa ciò che avevano visto.

Come nella serie di documentari The Last Narc (nel gergo della DEA, un narc è un agente specializzato in narcotici), diretta da Tiller Russell, in cui, oltre a Berrellez e Jordan, testimoniano Godoy, Lira e López, così come la moglie di Kiki, Geneva Mika Camarena; e poi nel lungometraggio Red privada. ¿Quién mató a Manuel Buendía? (Chi ha ucciso Manuel Buendía?), di Manuel Alcalá, in cui Berrellez ribadisce le sue accuse.

I primi informatori che raccontarono a Berrellez, un investigatore della DEA, versioni che lui, inizialmente, considerava folli e inverosimili, provenivano da un messicano e da un americano.

Lo apprese dal comandante Guillermo González Calderoni, un famoso poliziotto federale carico di corruzione che, caduto in disgrazia nel 1993 (e poi assassinato in Texas nel 2003), chiese aiuto a Berrellez, che lo protesse negli Stati Uniti. In segno di riconoscenza, il messicano lo avvertì: “Esci da questa indagine. Non vogliono che tu risolva il caso Camarena. È stato il tuo stesso governo a ucciderlo”, disse, secondo quanto riportato da Berrellez in The Last Narc.

“Non sai che tutta la cocaina in arrivo viene portata dalla CIA per sostenere la guerra sporca in Nicaragua? Félix Rodríguez e quegli altri li stanno armando. Hanno preso Kiki Camarena perché pensavano che stesse per scoprire il legame tra la CIA, la DFS [Direzione Federale Investigativa messicana] e i signori della droga per finanziare una guerra non autorizzata in Nicaragua.”

In seguito, l’americano Lawrence Harrison, noto anche come George Marshall Davis e Torre Blanca, che era un agente della CIA che lavorava per il DFS, divenne una seconda fonte per Berrellez.

Quest’uomo aveva identificato i leader studenteschi dell’Università di Guadalajara, poi scomparsi; in seguito si era occupato delle comunicazioni radio dei narcotrafficanti e aveva vissuto a casa di Ernesto Fonseca. Lì aveva scoperto e raccontato della droga, dell’addestramento dei “contras” nel ranch di Caro Quintero e dell’omicidio di un giornalista in Messico.

Nel 2009, ha raccontato la stessa storia allo storico Russell Hartley, in una registrazione inclusa nel documentario Red Privada: Perché hanno ucciso Manuel Buendía? ” Buendía? Perché conosceva le piste di atterraggio e questo li infastidiva. Puoi capire qualcosa di quello che sta succedendo; non hai le basi, ma ti stai avvicinando, hai parlato con la gente. Anche se non puoi capirlo, puoi vedere che lo gestiamo noi”.

Il personaggio chiave, in ogni caso, è quello che ora gode di una comoda vecchiaia a Miami, a capo di una fondazione, una biblioteca e un museo, e che continua a tenere discorsi patriottici e anticomunisti nelle scuole e nelle università: Félix Ismael Rodríguez Mendigutia, noto anche come El Gato e con quello che lui chiama il suo “nome di battaglia”: Max Gómez.

Nella sua autobiografia Shadow Warrior: The CIA Hero of a Hundred Unknown Battles, pubblicata nel 1989, l’ex agente segreto racconta le sue attività nel tentativo di invadere Cuba dalla Baia dei Porci, nel 1961.

Parla del suo ruolo nell’inseguimento, cattura e assassinio di Ernesto Che Guevara in Bolivia nel 1967; del suo coinvolgimento nell’Operazione Phoenix durante la guerra del Vietnam; e ammette persino di aver svolto il compito di collegamento tra Oliver North e il governo salvadoregno negli anni ’80 per facilitare le operazioni dei controrivoluzionari nicaraguensi.

Tuttavia, Felix, o El Gato, o Max, prese le distanze da North durante il processo, sostenendo di non aver fatto altro che, come privato cittadino, consegnare medicine ai “combattenti per la libertà”.

Ma mentre accettava il suo ruolo nella parte riconosciuta dagli Stati Uniti – quella dell’Iran – nell’altra, alla quale partecipava grazie al suo rapporto diretto con George Bush senior, che all’epoca era vicepresidente di Ronald Reagan e aveva come consigliere per la sicurezza nazionale Donald Gregg, il capo di Felix Ismael in Vietnam, non ammise nemmeno per un momento che in Messico si stessero addestrando i Contras.

In un’intervista che ha concesso alla rete Univision nel 2022, in cui mostrò ai giornalisti due mani umane mozzate che, a suo dire, appartenevano a Che Guevara, affermò di trovarsi a Miami al momento del rapimento e dell’omicidio di Kiki Camarena e di non aver mai messo piede a Guadalajara né visitato il Messico tra il 1984 e il 1985.

Nel suo libro di memorie Compromised un altro ex pilota della CIA, Terry Reed, ha raccontato di aver incontrato segretamente a Veracruz nell’agosto del 1985 Félix Ismael Rodríguez, che si vantava di essere stato “personalmente scelto dalla Casa Bianca per avviare e supervisionare questa operazione” e “era orgoglioso della sua capacità di ‘acquistare’ servizi per l’Agenzia, tra cui ‘tangenti, da ex presidenti messicani in giù'”.

Il giornalista di Univisión, Gerardo Reyes, sottolinea nel suo articolo che né “Berrellez né i testimoni sono stati citati in giudizio per diffamazione da Rodríguez. Né l’ex agente della CIA ha accusato la società di produzione Amazon Prime”.

E riproduce questo dialogo:

Gerardo Reyes: Se non avete fatto causa, perché non avete chiesto una rettifica alla DEA e ai giornalisti?

Félix Rodríguez: La DEA è consapevole che si tratta di una bugia.

GR: Ma ha inviato una lettera al programma o ai giornalisti che hanno pubblicato queste versioni?

FR: Guarda, non avevo intenzione di dargli dignità con una lettera, perché so che sono tutte bugie.

GR: Ma rimane il fatto…

FR: Beh, non mi è mai venuto in mente.

GR: Cosa pensa che abbia motivato Berrellez a coinvolgerlo?

FR: Soldi, fare quello che ha fatto ora che ha fatto un film The Last Narc e ho anche capito che sta facendo un libro. [Berrellez lo pubblicò due anni prima.]

GR: Signor Rodríguez, quando l’agente Berrellez iniziò le indagini non aveva motivazioni economiche.

FR: Questo è falso. Deve aver avuto un interesse anche prima.

Continua

Articolo originale su Milenio

La prima parte a questo link ➡️ I boss uccidono, la CIA anche: gli ultimi giorni di ‘Kiki’ Camarena

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