
Sono passati undici anni dalla notte del 26 settembre 2014, quando 43 studenti della scuola normale rurale “Raúl Isidro Burgos” di Ayotzinapa, nello Stato del Guerrero, sparirono nel nulla. Una notte di sangue e violenza a Iguala, orchestrata da forze di polizia e criminalità organizzata, con la complicità silenziosa di strutture dello Stato. Ad oggi, la verità rimane incompleta e l’impunità continua a ferire profondamente le famiglie, il Messico e chiunque creda che la giustizia non possa essere messa da parte.
La notte che cambiò tutto
Quella sera, gli studenti erano partiti per raggiungere Città del Messico: volevano partecipare alla commemorazione del massacro di Tlatelolco del 1968, altro episodio simbolo della repressione studentesca. A Iguala furono fermati: pullman bloccati, spari, arresti clandestini operati dalla polizia locale, in coordinamento con uomini armati legati al cartello criminale “Guerreros Unidos”. Tra tutti loro, 43 studenti vennero portati via. Da allora, di loro non si hanno più notizie.
La “verità storica” sotto accusa
Il governo dell’allora presidente Enrique Peña Nieto propose una versione ufficiale – la “verdad histórica” – secondo la quale i giovani sarebbero stati consegnati a membri del cartello Guerreros Unidos, uccisi e bruciati in una discarica. Investigazioni indipendenti, in particolare quelle del Grupo Interdisciplinario de Expertos Independientes (GIEI) dell’OEA (Organizzazione degli Stati Americani), hanno smontato pezzo dopo pezzo quella versione: sono state provate invece attività di distruzione e/o manipolazioni di prove, testimonianze estorte con la tortura, e nessuna certezza sulla cremazione di massa come raccontata in origine.
Quella che doveva essere la verità di Stato era, in realtà, un insabbiamento per coprire responsabilità molto più ampie: la complicità dell’esercito, della polizia federale e di apparati istituzionali in una sparizione forzata di massa.
La lotta delle famiglie
In questi undici anni, i genitori e i familiari dei 43 non hanno mai smesso di cercare la verità e reclamare giustizia. Con coraggio e dignità hanno portato la loro voce in Messico e nel mondo, gridando lo slogan che è diventato un simbolo: “¡Vivos se los llevaron, vivos los queremos!” – vivi li hanno portati via, vivi li vogliamo indietro.
Hanno affrontato governi diversi, pressioni, silenzi, ostacoli istituzionali, ma non hanno smesso di cercare. Hanno camminato per le strade, marciato nelle piazze, bussato alle porte dei tribunali e dei governi, denunciando l’impunità che protegge i responsabili. La loro lotta è la testimonianza che la memoria non si spegne, che la giustizia non è un favore ma un diritto.
Undici anni dopo: cambiamenti istituzionali: nuovi volti, stessa richiesta di verità
Già con l’arrivo alla presidenza del Messico di Andrés Manuel López Obrador nel 2018, molti speravano in una svolta. Furono riaperte le indagini, create commissioni, desegretati documenti. Ma la verità non è arrivata. Nel giugno 2024 è stata eletta Claudia Sheinbaum, prima presidente donna del Messico, che ha assunto l’incarico il 1° ottobre dello stesso anno.
Anche con la sua presidenza, molte famiglie speravano in una svolta decisiva per il caso Ayotzinapa. Agli inizi di settembre di quest’anno Sheinbaum ha incontrato per la quinta volta, da quando è stata eletta, le famiglie dei 43 studenti al Palazzo Nazionale, come parte delle richieste di trasparenza sulle indagini, con particolare attenzione al nuovo filone di indagine che riguarda le analisi del traffico telefonico durante la notte tra il 26 e il 27 settembre del 2014.
Che resta dopo 11 anni
Undici anni dopo, Ayotzinapa è ancora il simbolo più doloroso delle oltre 100 mila persone scomparse in Messico. È il paradigma di un Paese, in cui lo Stato e il crimine organizzato spesso si confondono e si sovrappongono fino a diventare indistinguibili, fino ad essere l’uno la stessa cosa dell’altro.
Ma la tenacia e la determinazione dei familiari, degli amici e di tanti, nel mondo e in Messico, che continuano a chiedere verità e giustizia hanno permesso ed imposto nuove indagini con l’uso di analisi tecnologiche più avanzate sul traffico telefonico nonostante, finora, ancora non sia chiaro fino a che punto sono state prese in considerazione tutte le registrazioni e i dati ma su questo, ancora una volta e con forza, le famiglie chiedono trasparenza su tempi, metodologie e responsabilità.
Restano ancora oscuri i nomi di chi abbia ordinato gli arresti, di chi abbia coperto le responsabilità, e soprattutto dove si trovino i giovani o almeno i loro resti dei loro corpi.
Resta ancora aperto tutto il capitolo delle responsabilità politiche: sono stati pochi i funzionari che hanno pagato, pochi i magistrati che sono intervenuti davvero arrivando ad una qualche condanna definitiva nonostante diverse detenzioni, il tutto in una situazione di impunità persistente in cui il sistema giudiziario messicano resta fragile e soggetto a pressioni, ostacoli e minacce nei confronti di chi cerca di fare luce su questa questione.
La verità non è dietro l’angolo, ma è obbligatoria perché Ayotzinapa riguarda tutti
In tutto il mondo, da subito, si è individuato nella scomparsa degli studenti di Ayotzinapa non solo una tragedia messicana ma una questione che riguarda chiunque creda ai diritti umani, alla memoria e alla giustizia. Le famiglie meritano non solo promesse, ma la verità. Vedere sparire i propri figli, fratelli e parenti senza alcuna risposta è un oltraggio alla dignità umana.
L’urgenza di non dimenticare
Ricordare i 43 di Ayotzinapa per noi è un atto politico. Quei ragazzi erano figli di contadini poveri, futuri maestri rurali che volevano cambiare la vita delle comunità più emarginate del Messico. Per questo sono stati colpiti: perché rappresentavano un futuro diverso, fatto di dignità e giustizia sociale.
In Messico – e nel mondo – si deve continuare a fare pressione affinché si faccia luce su quella notte buia. Perché verdad y justicia non sia solo uno slogan, ma una concreta realtà.